Per la prima volta in un'aula di tribunale italiano una persona ha fatto da interprete ad alcuni cittadini italiani a processo. È avvenuto a Macerata, nelle Marche, dove sono imputati per spaccio di droga sei napoletani. Alcuni giorni fa, come hanno riportato diverse testate, gli imputati hanno dichiarato al giudice Francesca Preziosi di non capire bene l'italiano. La decisione del magistrato non si è fatta attendere. La giudice ha infatti deciso di nominare per gli imputati un interprete, attingendo in un certo senso alle risorse interne del tribunale.

A fare da interprete un avvocato napoletano del foro di Macerata.

L'incaricato per tale compito, che potrebbe passare alla storia giudiziaria e non solo del nostro Paese, è infatti un avvocato del foro di Macerata, Andrea Di Buono. Il legale, anche se è residente a ha lo studio a Civitanova Marche, è nato a Napoli 45 anni fa e si è dunque prestato al compito di tradurre le diverse fasi dell'udienza, che si è svolta oggi, dall'italiano al napoletano e viceversa. Per questo suo compito non ha percepito alcun compenso: lo ha svolto a titolo gratuito.

Non capita di rado che i giudici chiedano l'aiuto di un interprete per capire cosa riferiscono imputati o testimoni nel corso di un processo. Ma finora ciò era avvenuto sempre quando si trattava di stranieri. Nel caso degli imputati napoletani si tratta di una singolare circostanza, che è anche una fotografia impietosa del livello di alfabetizzazione di parte della popolazione (anche se si tratta sicuramente di un estremo). Non è mancato, comunque, chi ha visto anche l'altro lato della medaglia: l'uso dell'interprete in qualche modo equipara il dialetto napoletano a una vera e propria lingua. Un tema sul quale gli studiosi discutono da anni e sul quale tempo fa si era espressa anche l'Unesco, inserendo il napoletano in una lista di lingue in pericolo, ma accomunandolo in realtà in maniera piuttosto generica ad altri dialetti che si parlano nel Sud Italia.