A voce alta. È il loro sogno. Una sfida che non ha nulla a che fare con l’esibirsi fine a se stesso o il mettersi in mostra per spettacolo. Il gruppo dei laringectomizzati, operati all’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli, ha come desiderio il palco del  Teatro San Carlo, prestigioso tempio lirico. Cantare nel teatro d’opera più antico del mondo, per vincere il pregiudizio, per combattere l’isolamento di chi all’improvviso si ritrova senza voce, per essere di esempio ed incoraggiamento agli altri ammalati di cancro. A rispondere al loro appello è stato il maestro Giuseppe Mallozzi che, ieri pomeriggio, ha incontrato gli ex pazienti. «È una bella scommessa, a mio avviso non esistono esseri umani che non siano in grado di cantare – ha detto -. La voce esofagea è una modalità espressiva tutta da scoprire da un punto di vista musicale». E il sogno comincia pian piano a prendere forma.

Usano i “pizzini”. Subito dopo l’intervento chirurgico, ricorrono a carta e penna per farsi capire meglio. «Alcuni incerti e sgrammaticati, altri pieni di cose da dire, tutti colmi di una sofferenza che teme l’emarginazione» racconta Paolo Fierro, uno degli otto medici del reparto Otorinolaringoiatria e patologia cervico-facciale del nosocomio di via Filippo Maria Briganti, con i quali i pazienti instaurano un rapporto di speciale comunicazione. Perché, oltre alla lesione fisica alla base del collo, c’è la ferita emotiva interiore che ha bisogno di un delicato processo di guarigione per rimarginarsi. La voce non è solo espressione, ma identità. Occorre tempo, spesso si cade in depressione e all’inizio i bigliettini di carta sono l’unico ponte con il mondo che parla, quando mimica e gesti non bastano e in attesa che una terapia specifica restituisca a coloro che hanno subìto l’asportazione della laringe una nuova voce sostitutiva. E poiché l’Asl non gli fornisce la fisioterapia foniatrica né l’assistenza territoriale, senza perdersi d’animo, da un anno, si sono autorganizzati con una volontaria logopedista, Daniela, che li segue nel complesso percorso di riabilitazione. A sostenerli nel cammino ed incoraggiarli c’è Giuseppe Tortoriello, il primario del reparto di dodici posti letto, una delle eccellenze sanitarie della Campania per assistenza e tipi di intervento. Ogni lunedì pomeriggio, in dieci, anziani e giovani, puntuali alle 14, si incontrano negli ambulatori al piano terra. Qui, in un ospedale di frontiera, tra periferia e provincia, in mezzo a emergenze e speranze, è nato il sogno.

«Un sogno, quello del San Carlo, che vuole diventare progetto reale, un maestro di canto può aiutarci a realizzarlo – spiega Fierro che ha ringraziato il maestro Mallozzi per la sensibilità e la disponibilità mostrate -. Se queste persone parlano ormai bene, perché non potrebbero cantare? L’idea è quella di trasformare il dolore di una invalidità in una rinascita, arrivando addirittura ad esaltare, attraverso il canto, il residuo di voce recuperata. Vuole essere un messaggio positivo da rivolgere a tutti i pazienti, cioè far capire che superare i propri limiti, la propria menomazione si può. È possibile guarire dal cancro e reintegrarsi nella comunità. Per questo motivo il nostro appello è rivolto a tutti quelli che, ammalati e non, amano il canto e la musica e potrebbero partecipare a vario titolo alla costruzione di un coro». A ricordarlo ci pensa Angelo, 70 anni, operato da 8, oggi volontario che continua a frequentare il reparto per aiutare con la sua testimonianza chi dovrà affrontare il suo stesso percorso clinico. Prende fiato, Angelo, e dice: «Dotto’, je nun veco ll’ora ’e fa’ ’na cantata ’o San Carlo».