Il dialetto napoletano conosce 85 modi per chiamare gli schiaffi e le percosse.
in foto: Il dialetto napoletano conosce 85 modi per chiamare gli schiaffi e le percosse.

Il dialetto napoletano conosce ottantacinque modi diversi di chiamare le percosse. Non perché si tratti di un popolo particolarmente violento: piuttosto perché come in molti altri ambiti della vita i napoletani amano non lasciare spazio ai fraintendimenti, cercando di essere il più precisi e incisivi possibile. Niente retorica, soprattutto quando si tratta di fare (o di ricevere) una sonora “paliata”: ogni colpo, sia esso dato a mano aperta o sul capo, a pugno chiuso o sulla nuca, ha un nome ben preciso e un’ancora più precisa origine. Ecco i più curiosi.

Dal buffettone alla chianetta: ventidue tipi di schiaffi

Un repertorio “manuale” vastissimo, quello napoletano, che conta ben ventidue tipi di schiaffi. Il più famoso è senza dubbio il “paccàro”, che con la sua etimologia greca fa subito intendere cosa aspettarsi se lo si riceve: uno schiaffo a “pan” e “cheir”, ovvero “a mano aperta”, sonoro e senza via di scampo. È differente dall’altrettanto celebre “buffettone”, più che per le conseguenze per l’origine del termine che deriva stavolta dal latino e dall’abundans flare, ovvero dal soffiare energicamente per gonfiare qualcosa, come nell’etimo del verbo napoletano “abbuffare”.

Leggermente diverso anche nel modo in cui viene assestato è il “manasmerza”, equivalente dialettale del “manrovescio”: si tratta di uno schiaffo dato col dorso della mano, “alla smerza” appunto, che trae dal verbo latino exvertere la sua origine etimologica. Al posto della mano può essere tutto il braccio ad effettuare una torsione: in questo caso si parla di “votavraccio”. Particolarmente subdolo, perché mirato, è invece il “mustaccione”: seguendo la radice greca della parola, “mustax”, che indica il labbro superiore, si comprende bene senza bisogno di ulteriori spiegazioni dove questo schiaffo è diretto. Altrettanto precisa sa essere la “scóppola”, la quale ha l’obbiettivo di far saltar via il cappello di chi la riceve.

Particolarmente curiosi sono altri due tipi di botte, oggi meno utilizzate nel vocabolario quotidiano ma probabilmente ancora frequenti nella pratica: si tratta della “cagliosa”, ovvero del pugno dato in modo così violento da far “callar”, ovvero “ammutolire” in spagnolo, e della “chianetta”, la scóppola a mano piena data sulla testa. In quest’ultimo caso l’etimologia è mascherata dalle frequenti mutazioni fonetiche proprie del napoletano, che trasformano le lettere “pl” in “ch”: in questo caso la “chianetta” non è nient’altro che la “plana manus” latina.

Per sonorità o rossori: la classificazione degli schiaffi

Un esempio del tipico "vatticulo" del dialetto napoletano.
in foto: Un esempio del tipico "vatticulo" del dialetto napoletano.

Fra le oltre sessanta altre tipologie di percosse diverse dagli schiaffi, il dialetto napoletano definisce molte di queste in base agli effetti visibili che hanno sullo sfortunato interlocutore: e così, si chiama “cresómmola” se il colpo provoca gonfiori ed arrossamenti simili alle albicocche, che in napoletano si chiamano allo stesso modo, oppure “castagnette” se ad essere particolarmente fragoroso è il rumore che provocano, come le castagne sul fuoco.

Se sono particolarmente dure, simili al pane raffermo, si chiamano “freselle”, mentre se il loro effetto è quello di provocare uno stordimento simile a quello del sonno si ha a che fare con le “papagne”: il termine estende il significato della parola con cui in napoletano si indica il papavero, il “papagno” appunto, famoso per indurre uno stato di sonnolenza oppiacea. Se lo schiaffo non è particolarmente forte è probabile che sia un “alliccamusso” d’avvertimento, mentre se si tratta di un “quatt’e miezo” non c’è niente da fare: si porteranno sul viso i segni delle quattro dita (più una parte del pollice) per giorni.

E se pensate che ci siano parti del corpo che non vengono toccate dalle “scutuliate” napoletane, vi sbagliate: testimone ne è il “vatticulo”, versione partenopea della tanto temuta sculacciata italiana. Nessuna possibilità di discutere, insomma. E se ci si prova, il dialetto napoletano conosce un rimedio a qualsiasi reazione: ovvero il “serraputéche”, lo schiaffone che chiude, figurativamente proprio come si chiudono le serrande dei negozi, qualunque discussione.