La mia generazione di napoletani è l'ultima davvero figlia di Eduardo De Filippo. Sia chiaro: quel che il maestro ha lasciato al mondo non ha tempo, è immortale; ancor oggi chi ama Eduardo si sente suo discepolo, suo figlio, suo confidente ad ogni età. E si sente parte di questa città in qualsiasi luogo del mondo si trovi. Però la luce grigia e il gracchiare del televisore a tubo catodico che usciva debole dai terranei del Rione Sanità, il mio quartiere, da quei vasci che un tempo furono descritti «neri e affumicati» e oggi hanno all'interno il condizionatore e le tv ultrapiatte più grandi di un letto matrimoniale, la voce rassegnata di Concetta Cupiello, la litania «Lucarie', scétate songh' ‘e nnove!» è impressa a fuoco nella memoria di tanti. E pure di chi come me ha appena sfiorato Eduardo (quand'è morto, trent'anni fa, io avevo 8 anni). Fosse solo quello, Eduardo, avremmo finito qui di ricordarlo. Commedie, poesie. Un grande estro e grande popolarità. Fosse solo quello.

Ma quant'è poca cosa ridurre Eduardo a Eduardo De Filippo (per i napoletani egli era solo un nome di battesimo e ci teneva, tanto che quando lo nominarono senatore a vita chiese espressamente: «Non chiamatemi senatore, ci ho messo una vita a diventare Eduardo»). E quant'è poca cosa ridurre Eduardo a Eduardo De Filippo dimenticando Titina, Peppino e le radici, cioè il padre naturale, Eduardo Scarpetta. Quant'è poca cosa parlare dell'attore e non del drammaturgo o viceversa, quant'è poco dire di Eduardo poeta e magari sottovalutare il capocomico. O il politico, il filantropo, l'appassionato fino alla disperazione proprietario d'un teatro popolare, il San Ferdinando di Napoli. Il maestro fu maestro, lo fu in tutto e fino in fondo, con severità e rigidità, racconta chi ebbe l'onore di esserne allievo. Con durezza e «gelo», com'egli com'egli stesso definì in un ultimo intervento pubblico le sue abitudini teatrali.

«Quando si è saputo vivere nel rispetto del proprio simile, si avrà la certezza di morire nel rispetto di se stesso»: è una frase che mi sono annotato, una delle ultime del drammaturgo, contenuta in un biglietto indirizzato all'amico Alfonso Spadoni di Firenze. Dai grandi uomini ognuno può trarre tanti e diversi insegnamenti. Troviamo Eduardo nell'anti-stereotipo del napoletano proposto da Massimo Troisi, nell'asciutta poesia in musica del primo Pino Daniele, nei mille volti di Toni Servillo, nelle parole di Domenico Rea, nelle sceneggiature di Paolo Sorrentino, nell'arte di Mimmo Palladino, nelle foto di Mimmo Jodice. E di quanti altri, di tanti altri. Del resto, quando un sole così forte sorge, riscalda tutto intorno. E un po' di quel calore resta anche quando è tramontato.

C'è poi quel rigore professionale, morale, culturale di Eduardo, quasi un pudore, nel definire pubblicamente il rapporto con la sua città, solida pietra angolare e al tempo stesso creta da modellare, punto d'arrivo e di ritorno, fiore e frutto d'ogni idea. Chi – e quanti ce ne sono – ricorda solo il «fujitevenne» decontestualizzandolo a suo uso e consumo, non fa onore al maestro e al patrimonio che ha lasciato alla città. Eduardo ha amato follemente Napoli e non ci vuole uno storico del teatro, non c'è bisogno del ricordo di un amico o della testimonianza di un parente per affermarlo con sicurezza: la sua produzione è di per se stessa testimonianza di tale forza e intensità che pure un sordo riesce a sentire il battito forte di un cuore che, uso sue parole, «ha tremato sempre, tutte le sere». E che continua a battere, così com'egli aveva preconizzato, «anche quando si sarà fermato».

Riscoprire Eduardo De Filippo: non solo citazioni e aforismi

Oggi la stragrande maggioranza di coloro che sostengono d'amare Eduardo De Filippo lo cita a casaccio: «Ha da passà ‘a nuttata»; «Ti piace ‘o presepe?»; «È cosa ‘e niente…» e così via. Ma chi davvero ha amato la produzione eduardiana e l'interprete De Filippo si trova a disagio con questo tipo di commemorazione. Chissà cosa direbbe della città di oggi il maestro impegnato e severo. Chissà quali sarebbero i pensieri di un Luca Cupiello e di Nennillo, di un Don Antonio Barracano, di un Pasquale Loiacono, di Gennaro Jovine e del figlio Amedeo.

De Filippo ha insegnato ad amare Napoli nonostante tutto ma senza rendersi ridicoli nel giustificazionismo ad ogni costo e nel pietismo d'una condizione plateale di difficoltà. La profondità d'analisi, la severità, il rigore eduardiano è d'aiuto, oggi, a chi vuole sottrarsi al rumore intorno alla città. Un disco incantato che ripete sempre la stessa musica e rende impossibile sentire pure i nostri stessi pensieri. Abbiamo abdicato al ragionamento strutturato per sposare le sentenze-spot su Napoli e il suo futuro, magari pronunciate da chi non c'ha messo mai piede. È proprio vero che oggi quel sole non splende più su di noi. È vero quel che Alberto Moravia disse dopo la morte di Pier Paolo Pasolini: «Poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre quattro in un secolo…». Nel nostro caso quella frase è drammaticamente reale: a Napoli trent'anni fa non si è spenta solo una voce: è finito un modo di essere napoletani. Un modo di ragionare, di intendere l'animo e i sentimenti di una città unica e straordinariamente complessa.

Se proprio celebrazione dev'essere, oggi, che contenga un augurio per il futuro: quello di far riscoprire Eduardo De Filippo al di là delle battute, oltre un elenco di frasi più o meno note. Quello, sì, sarebbe un buon ricominciare, nel solco di una memoria e di una tradizione che alla nuova Napoli non può fare che bene.