Una giovane esule in fuga che trasporta, insieme ai propri effetti personali, una bandiera tricolore.
in foto: Una giovane esule in fuga che trasporta, insieme ai propri effetti personali, una bandiera tricolore.

Il ricordo dei martiri delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata passa anche per Napoli. Nonostante i tanti chilometri che dividono il capoluogo partenopeo dal vecchio confino italo-jugoslavo, caduto prima per la guerra civile che ha visto la divisione della Jugoslavia in diversi stati (ad oggi se ne contano sette) e poi per l'ingresso della Slovenia (che ha "ereditato" l'intero ex-confine italo-jugoslavo) nell'Unione Europea, il legame tra Napoli ed i profughi provenienti da Istria, Fiume e Dalmazia è ancora oggi molto forte.

Questo perché, sebbene sia un po' finito prematuramente negli archivi della storia, anche Napoli ha accolto diversi italiani reduci dell'esodo giuliano-dalmata, che vide centinaia di migliaia di persone fuggire verso l'Italia per evitare di finire nelle foibe per mano dell'esercito jugoslavo dopo la seconda guerra mondiale. Al tempo furono allestite tre vere e proprie baraccopoli nel napoletano, una delle quali nel Bosco di Capodimonte.

Nel 1947 la baraccopoli di Capodimonte

La baraccopoli di Capodimonte resta tuttavia quella più grande organizzata nel capoluogo partenopeo: in poco tempo fu allestita come Centro d'Accoglienza in grado di ospitare mille persone arrivate dall'Istria, dalla città di Fiume e dalla Dalmazia. E ancora oggi, ad imperitura memoria, questa accoglienza viene celebrata nel Bosco di Capodimonte, dove il Comune di Napoli ha anche scoperto una targa per celebrarne il ricordo. Alcuni degli esuli accolti all'epoca si spostarono poi in altre città d'Italia, altri rimasero a Napoli e si fusero con il capoluogo partenopeo, diventando parte integrante. E' il caso, tra i tanti, della famiglia di Diego Lazzarich, oggi storico e docente universitario nel capoluogo partenopeo: la sua famiglia scappò da Fiume riuscendo a portare con sé pochissime cose, arrivando poi nel campo profughi di Napoli dedicato agli esuli giuliano-dalmati. Nel 1972 nacque lui, Diego (quando questo nome non era ancora diventando celebre per l'arrivo di Maradona), napoletano di nascita e fiumano d'origine.

I numeri della tragedia

Impossibile stabilire un numero "esatto" di quante persone lasciarono le regione dell'Istria e della Dalmazia per scappare in Italia. Alcuni rimasero, nonostante tutto, nel nuovo stato jugoslavo e "persero" la loro nazionalità italiana nell'arco di una generazione, con i figli che per legge divennero di nazionalità jugoslava. Altri finirono inghiottite nelle suddette foibe, e di molti di loro si è persa ogni traccia. Altri, i più fortunati e dunque la minor parte, emigrarono altrove, addirittura oltre oceano: è il caso della famiglia Matticchio e della piccola Lidia, nata proprio nel 1947. Scappati da Pola nel 1957 ed accolti a Trieste, l'anno dopo scapparono negli Stati Uniti d'America, dove Lidia conobbe Felice Bastianich (anch'egli scappato da Pola), che sposò e gli diede i figli Tanya ed il più popolare Joseph, detto Joe, oggi cuoco internazionale e giudice del popolare programma televisivo Masterchef. Ad oggi, le cifre più attendibili parlano di circa trecentocinquantamila cittadini che scapparono dalle città dell'Istria e della Dalmazia verso l'Italia. Ma il dato è, ancora oggi, molto discusso e non è escluso che possa essere maggiore. La popolazione italiana nelle due regioni era, di fatto, molto più ampia e comprendeva anche coloro che come detto finirono uccisi nelle foibe oppure decisero di restare nel nuovo stato di Jugoslavia.

Le bandiera di Istria, Fiume e Dalmazia, durante la Giornata del Ricordo del 2016 al Bosco di Capodimonte.
in foto: Le bandiera di Istria, Fiume e Dalmazia, durante la Giornata del Ricordo del 2016 al Bosco di Capodimonte.