«Io sono nato il 28 settembre del 1922, però la mia nascita fu dichiara al Comune il 1 ottobre e stranamente il 28 settembre del 1943, mi sono ritrovato con un fucile in mano» Gennaro Di Paola è uno degli ultimi partigiani viventi. A quasi 97 anni ricorda ancora quei quattro giorni che hanno cambiato la storia dell'Europa. Il 27 settembre del '43 i quartieri di Napoli, autonomamente, senza essersi organizzati, insorsero contro le truppe tedesche, riuscendo a liberare la città. Un'operazione di resistenza per nulla scontata, se si pensa che l'Italia veniva dal Ventennio fascista, Benito Mussolini era da poco stato arrestato e tutti i giovani, come  il partigiano Di Paola che aveva 21 anni, erano stati educati secondo i dettami del Duce.

LA SCUOLA AL TEMPO DEL FASCISMO

Come racconta Di Paola a Fanpage.it, già da bambini bisognava imparare tre parole, che sarebbero diventate cardine di tutta una vita: "Credere, obbedire, combattere". Ogni sabato erano obbligatorie le adunate sotto le lapidi dei caduti durante la Prima Guerra Mondiale. «L'esaltazione continua di quegli eroi, povera gente chiamata alle armi durante la guerra, o si presentavano o andavano i carabinieri», spiega il partigiano. All'epoca a scuola si insegnavano materie come storia e cultura fascista e nessun professore poteva criticare il Regime, altrimenti sarebbe stato perseguitato, continua Di Paola. Era difficile riuscire a crescere senza la cieca osservazione di quei precetti, dato che anche le famiglie non osavano criticare il Fascismo all'epoca. «Avremmo potuto ripetere fuori quello che si diceva in casa e allora i genitori ci nascondevano tutto. C'erano i "capo palazzo". Questa figura fu istituita all'inizio della guerra perché dovevano fare le relazioni ai centri che c'erano in ogni quartiere, c'era il partito Fascista e dovevano informare di come si comportavano i cittadini, non era semplice. Ecco la dittatura».

LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI

Con l'arresto di Mussolini il 25 luglio del 1943, continua a spiegare Gennaro Di Paola, molti antifascisti furono rilasciati e tornarono a casa, spiegando come il Duce aveva costruito una dittatura durata 20 anni. Inoltre in molti iniziarono a nascondere le armi nelle caserme, cercando il momento più adatto per ribellarsi ai tedeschi, alleati di Benito Mussolini. il 27 settembre del 1943 Napoli si rivolta. Ogni quartiere autonomamente imbraccia le armi. Donne, bambini, uomini, anziani, lottano per conquistare la libertà. «Noi all'Arenella, spiega Di Paola, incominciammo a bloccare la via che protava al Cardarelli. Ogni quartiere di Napoli era insorto, donne uomini ragazzi, una cosa incredibile e noi fummo la prima città in Europa a ribellarci e quando parlano di Napoli, dei partigiani a Napoli io dico no, Napoli è stata partigiana è qualche cosa che ti lascia il segno». A volte qualcuno cercava di raggiungere altri quartieri, per cercare qualcosa da mangiare. O veniva ucciso dai tedeschi o scopriva che anche il resto della città aveva iniziato a insorgere. Ed è da qui che la Resistenza, che avrebbe poi portato alla proclamazione della Repubblica Italiana,  cominciò. Non fu facile, perché i tedeschi, intuito il pericolo di una possibile rivolta, cominciarono a eliminare gli otturatori dai fucili, in modo che nessuno potesse più usarli per poter sparare.

«Se sarò ancora in vita il prossimo 27 settembre sarò a Napoli per ricordare quei giorni», spiega Di Paola, che oggi vive a Massa Di Somma. «Delle Quattro Giornate di Napoli non se ne era mai parlato così come oggi. Mi ricordo che a volte ci prendevano in giro dicendo "ma chi ve l'ha fatto fare? Cosa vi importava?". «Ma come, i tedeschi sparavano, ci bombardavano e dovevamo starci zitti