Un sabato come gli altri, pigro, caldo, scandito dalle tante piccole incombenze del fine settimana. Doveva essere così il 20 luglio 2013, nella tranquillità del parco Laurus di San Tammaro, in provincia di Caserta, dove invece quel giorno d'inizio estate, i vicini vedono apparire, nell'ordine: un'ambulanza, l'auto della polizia locale e una pletora di curiosi. Nell'appartamento dei coniugi, Lavoretano – Tondi, infatti, è accaduto qualcosa di terribile, una rapina, si mormora, finita in tragedia. La povera Katia, 31 anni e mamma di un bimbo di sette mesi, giace sul pavimento priva di vita mentre, intorno a lei, gli oggetti che avevano accompagnato la sua quotidianità, sono sparsi alla rinfusa. Mancano alcuni gioielli e la fede nuziale, i soldi no. Il bimbo, il suo unico figlio, sta bene e così pure suo marito, Emilio Lavoretano, colui che ha ritrovato il corpo.

Ennesimo femminicidio

Secondo l'autopsia la povera Katia è strangolata con un cordino sottile, un'arma d'occasione. Non ci sono segni di lotta, tutto è avvenuto rapidamente e senza che la vittima potesse opporre resistenza. Si indaga subito e si indaga, d'ufficio, proprio sulla posizione di Emilio, il marito, colui che ha dato l'allarme. Chi è Lavoretano? Impiegato in un'officina che vende ricambi di gomme per le auto, figlio di un maresciallo dei carabinieri in pensione con 40 anni di servizio, è descritto da tutti come una persona tranquilla e, infatti, a suo carico non spunta nulla, se non, alcune voci di paese riguardo a presunte relazioni, extraconiugali, alcune avvenute durante il fidanzamento, altre, con donne sposate.

Le infedeltà: "Katia sapeva"

Quelle che erano solo voci diventano verità quando a parlare è la madre di Katia. La donna racconta pubblicamente delle scappatelle del genero, alcune delle quali risalenti, addirittura, alle prime fasi del matrimonio. “Qualche mese prima che mia figlia Katia restasse incinta, suo marito Emilio l’aveva tradita con una ragazza di Santa Maria Capua Vetere, Katia aveva capito la tresca e un giorno li aveva seguiti in un vicolo. Erano nell’auto, si baciavano. Katia, accecata dal dolore e dalla delusione, prese a calci la portiera della vettura”. Dalla sua, però Emilio, che si protesta innocente, per tutto. Per il delitto, in particolare, ha un alibi: è uscito a fare la spesa spesa intorno alle 19 e una volta rientrato, ha trovato la porta d’ingresso dischiusa e la povera Katia senza vita. Fanno fede gli scontrini del supermercato e l'ora della morte indicata dall'autopsia, le 20 circa. Così, però, potrebbe non essere, perché sull'ora della morte ci sono punti di vista discordanti tra i periti, tanto che secondo la Procura la morte risalirebbe invece tre le ore 18 e le 19, quando, dunque, Lavoretano si trovava ancora in casa. Non solo, un'ombra scura si allunga anche sulla figura del padre di Emilio, l'ex maresciallo dei carabinieri che un testimone ha visto in auto con il figlio circa due ore prima che arrivasse l'ambulanza.

La telefonata al 118

A San Tammaro l‘opinione pubblica comincia a sbilanciarsi a favore della tesi colpevolista, anche a causa dell'impatto avuto da alcuni servizi giornalistici. È Lavoretano a rompere il silenzio chiedendo a tutti di non fare speculazioni: "Cercate la verità, non i pettegolezzi e abbiate la pazienza, cosi come cerco di averla io, di attendere un processo e una sentenza".  Difficile non fare speculazioni, soprattutto quando inquietanti spunti arrivano proprio dai media. Nel corso della trasmissione di approfondimento, ‘Quarto Grado', infatti, viene analizzata attentamente la telefonata di Emilio Lavoretano al 118 (VIDEO), quando secondo la sua ricostruzione, l'uomo, appena rincasato, rinviene il corpo della moglie. "Pronto, pronto, buonasera, al parco Laurus a San Tammaro, sta mia moglie a terra" esordisce e poi, piangendo, biascica alcune parole il cui senso è, a un primo ascolto, incomprensibile, fino a che l'audio non viene rallentato permettendo di cogliere una frase che suona come: "Sono stato io", ripetuta per ben due volte.

Il processo

Oggi, dopo sei anni, il processo per l'omicidio della povera Katia, celebrato nel tribunale di Santa Maria Capua Vetere, è arrivato alla fase finale. Grande assente in aula resta il movente, che inizialmente era stato collegato alla paternità del figlioletto di Katia e Emilio, che invece, dopi il test del DNA è risultato essere figlio di entrambi. Restano ancora alcune domande: che fine ha fatto l'arma del delitto? Chi se n'è disfatto? Come è stato possibile eliminare ogni traccia dalla scena del crimine? E infine, quanto hanno pesato le infedeltà di Emilio in quel rapporto?