Fabio Maniscalco
in foto: Fabio Maniscalco

Voce pacata e calda. Racconta di lui che non c’è più, ma che vive ancora in quel lasciare traccia senza baccano di chi ha sacrificato la vita per il bene della collettività. Mariarosaria Ruggiero è la moglie di Fabio Maniscalco, archeologo impegnato nella salvaguardia dei beni culturali in zone a rischio e di conflitto, morto prematuramente undici anni fa, nel 2008, a causa della cosiddetta “sindrome dei Balcani”.

Testimone nei Balcani lacerati dalla guerra – Imbraccia le parole senza cedere all’emozione, Mariarosaria, ma si interrompe quando le si chiede chi era Fabio al di là della sua attività archeologica. Il percorso professionale di Fabio si intreccia con la loro storia d’amore. «Tanti anni insieme e i migliori della mia vita – sussurra commossa Mariarosaria, storica dell’arte -. Ci siamo conosciuti all’università, fine anni Ottanta, primo anno di Lettere, seguendo un corso di archeologia medievale. Io diciottenne, lui stava per terminare gli studi». Dopo la laurea Fabio comincia a collaborare saltuariamente con la Criminalpol e la Procura della Repubblica di Napoli sul fenomeno della ricettazione. «Mio marito si specializza poi in archeologia subacquea ad Aix-en-Provence e inizia le ricerche su Baia sommersa, scrivendo e pubblicando senza sosta – continua la Ruggiero, riavvolgendo il filo dei ricordi -. Il suo desiderio, però, è entrare a far parte del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale con cui aveva già avuto occasioni di confronto riguardo i mercati clandestini di opere d’arte». Nel 1996 da ufficiale in ferma breve dell’Esercito italiano, inserito nell’ufficio stampa della Brigata Garibaldi, chiede ed ottiene l’autorizzazione di andare nella Bosnia lacerata dalla guerra civile allo scopo di monitorare i beni culturali, mobili e immobili, di questa nazione ridotta in macerie. Si appella all’articolo 7 della Convenzione dell’Aja del 1954 che prevede, nel nucleo delle Forze armate, la presenza di “servizi o personale specializzati, aventi il compito di assicurare il rispetto dei beni culturali e di collaborare con le autorità civili incaricate della loro salvaguardia”. Mai prima di allora un esercito ha applicato quell’articolo.

Il lavoro di archeologo come missione per preservare la bellezza universale – «Quando vede la distruzione della biblioteca di Sarajevo, Fabio capisce definitivamente qual è la sua strada: la tutela della bellezza – rivela Mariarosaria -. Mi chiama e mi chiede di procurargli materiale sull’argomento che gli spedisco subito e così comincia il suo lungo monitoraggio nei territori violati dai conflitti bellici». Tutta la documentazione sul campo confluisce nel libro “Sarajevo, itinerari artistici perduti”, che avrà tra i suoi attenti lettori anche Papa Giovanni Paolo II. Nel 1997 il monitoraggio prosegue in Albania. Lavoro pionieristico, pensiero profetico, indagini scrupolose, eppure Fabio resta sempre precario. Non supera il concorso per entrare in servizio permanente effettivo e nel 1999 con alcuni colleghi fonda l’Isform (Istituto per lo sviluppo, la formazione e la ricerca nel Mediterraneo) e dà vita all’Opbc (l’Osservatorio permanente per la protezione dei beni culturali e ambientali in area di crisi). Nel 2000, su incarico del Ministero degli Esteri, si reca in Kosovo per fare la conta dei danni tra reperti danneggiati e sottratti. Nel 2001 ottiene finalmente una cattedra all’Orientale di Napoli come professore a contratto.

Medioriente: formare, educare, cooperare per contrastare la “damnatio memoriae” – «Chiusa la parentesi dei Balcani comincia a rivolgere l’attenzione sul Medioriente, soprattutto sulla Palestina – prosegue la moglie di Fabio -, attraverso un progetto di formazione per la polizia palestinese e di alfabetizzazione della popolazione sul valore della propria memoria culturale e sulla necessità di proteggerla e tramandarla. Parte, quindi, per un sopralluogo lungo il perimetro di costruzione del muro di contenimento a Gerusalemme che si sta realizzando in quegli anni, devastando alcuni siti archeologici. Fabio mi racconta che, quando scavano, se trovano qualcosa di interessante appartenente alla civiltà ebraica e romana, la inglobano, proteggono, altrimenti tutto viene distrutto, il patrimonio del nemico non viene conservato». È nella tutela preventiva, nel realizzare durante la pace una precisa banca dati, che Fabio crede e in cui investe. «Mio marito ha anticipato i tempi – afferma Mariarosaria -, successivamente con il terrorismo internazionale sappiamo cosa è successo in Siria e in altri paesi. Fabio ha previsto che le guerre avrebbero puntato alla distruzione della memoria e del patrimonio culturale dello sconfitto o della parte più debole. Si rese subito conto che l’accanimento contro le opere d’arte è fortemente ideologico. Annientare il futuro ma anche il passato dell’avversario. E lo ha capito perché lo ha visto con i suoi occhi».

La malattia – La sua prolifica attività tra ricognizioni, insegnamento e scritti si svolge interamente nell’arco di dieci anni. «Tutto in dieci anni – sottolinea la Ruggiero -. Come se sapesse di non avere tempo, per questo non perdeva tempo». Fabio muore nel 2008 a soli 42 anni per un adenocarcinoma al pancreas causato dall’esposizione a cancerogeni ambientali provocati dall’esplosione di materiale bellico, poco dopo la sua candidatura al premio Nobel per la pace. «Una forma di tumore molto aggressiva – ricorda la moglie -. L’uranio impoverito lo si inala, le nanoparticelle vanno in circolo nel nostro corpo, la malattia si manifesta solo dopo che vi si sono depositate, i tempi di latenza sono molto lunghi. Fabio si è ammalato dopo quasi nove anni dall’esposizione all’uranio impoverito e inizialmente non abbiamo messo in relazione il suo star male con l’esperienza nei Balcani. Quando si recò in zona di guerra, non era consapevole dei rischi, nemmeno i vertici dell’Esercito sapevano, non credo all’ipotesi complottista. Fabio non era uno sprovveduto, se avesse saputo si sarebbe risparmiato. Il responso degli esami clinici era comunque chiaro: aveva anche oro nei globuli rossi, insieme a cadmio, piombo, tungsteno. Quando capì di essere tra le persone colpite dalla cosiddetta “sindrome dei Balcani”, di cui molti militari impegnati nella ex Jugoslavia si ammalarono, fu lui stesso a voler rendere nota la sua storia, era molto arrabbiato. Non abbiamo avuto alcun risarcimento economico, ma ci è stato dato il riconoscimento di vittima del dovere». Mariarosaria inghiotte le lacrime prima che escano. Ritorna a parlare dopo un profondo respiro, svelando quella parte sacra che a raccontarla pare si sciupi: «La sua sofferenza degli ultimi due anni non mi fa dormire ancora la notte». Fabio lascia la moglie e i due figli Ludovico e Micol ancora piccoli. «Federico aveva 4 anni, Micol 2 – precisa la mamma -. Sono cresciuti nella memoria del padre che a casa ho tenuta sempre viva e non ho voluto far vivere come un tabù. Micol ha sostenuto giorni fa l’esame di terza media e come tesina all’orale ha voluto portare proprio la protezione dei beni culturali nelle aree di guerra. Le ho detto di pensarci bene, poteva essere emotivamente pesante da sostenere, ma lei mi ha detto “mamma devo farlo”, è determinata come il padre».

Fabio e Napoli, il coraggio della denuncia e la memoria – La storia di Maniscalco a Napoli è poco conosciuta, Mariarosaria evita le polemiche. “La sua voce è stata indipendente e, inizialmente, incompresa per via del suo approccio metodologico originale” scrive sul sito a lui dedicato. «L’allora sindaco Iervolino ci consegnò la medaglia al valore civile – dice -, domani l’iniziativa di De Magistris di dedicargli uno spazio cittadino è per me fonte di grande gioia. Oggi Fabio avrebbe molto da dire in una città dove abbiamo un gran bisogno di costruire una coscienza del nostro patrimonio, i nostri giovani non ce l’hanno, i palazzi vengono ricoperti di graffiti, l’aumento dei flussi turistici non significa maggiore consapevolezza, siamo patrimonio Unesco ma non siamo mai stati lungimiranti, ci sono aree del centro storico ancora completamente abbandonate a se stesse». Non può esserci valorizzazione senza un programma organico di protezione. E la prima forma di protezione è la conoscenza. Cognome agrigentino, cuore napoletano e anima universale, Maniscalco concretizza la sua visionarietà. Questo il suo talento. E il suo coraggio. “Ha mai avuto paura?”. È la domanda che gli rivolge una giornalista in un’intervista tv poco prima di morire. Lui risponde: “Quando si è sul campo di battaglia non si pensa più al rischio reale, ma si pensa a fare il proprio lavoro. Salvare il patrimonio culturale di una nazione è secondo me importante quanto salvare una vita umana perché, nel mio caso, mi potranno piangere mia moglie, i miei cari, qualche amico, però la distruzione di un bene culturale dell’umanità viene pianto da tutti e per secoli”. Lui risponde definendo l’eroe: chi sacrifica la finitezza del proprio tempo terreno per la bellezza eterna che salva tutti.

Napoli intitola una strada a Fabio Maniscalco

Il Comune di Napoli ha deciso di dedicare un largo a Fabio Maniscalco in viale dei Pini. «Come familiari siamo orgogliosi che un luogo di Napoli avrà il suo nome – dice Mariarosaria -, proprio ai Colli Aminei, nel quartiere dove è cresciuto, nella città che lo conosce così poco. Tuttavia si concretizza qualcosa di più: l’idea, il progetto di Fabio per il quale tutto ciò che realizzava non lo faceva per se stesso, ma per la crescita di tutti, soprattutto per la formazione dei giovani».