"Non faccio l'uomo di paglia". Una frase che, se pronunciata oggi dal presidente dimissionario della giuria del festival di Sanremo, riceverebbe una risonanza mediatica pazzesca e forse mondiale. Accadde, invece, nella lontana edizione del Festival di Sanremo del 1960, quando cioè non solo non esisteva internet, ma già avere una televisione era una rarità in Italia, e le stesse trasmettevano quasi esclusivamente in bianco e nero.

Ecco perché con il tempo la sfuriata di Totò, nome d'arte di Antonio De Curtis, contro la giuria di Sanremo passò quasi inosservato, salvo apparire su alcuni giornali cartacei dell'epoca. Sebbene ripresosi da pochi mesi dalla malattia agli occhi che lo aveva colpito, Totò venne scelto come presidente della commissione di Sanremo che avrebbe dovuto scegliere le canzoni da ammettere alla manifestazione. Del resto, lo stesso Totò aveva scritto alcune canzoni che erano diventate storiche, come "Malafemmena" e "Con te". Ed era talmente entusiasta del ruolo, che decise di rifiutare il gettone giornaliero di cinquantamila lire, che all'epoca era uno stipendio mensile medio.

Ma l'idillio durò poco, perché Totò litigò con gli altri membri della giuria per l'ammissione di una canzone, che Totò avrebbe voluto fosse ammessa a Sanremo e che invece gli altri bocciarono. La canzone era "Parole", e quando capì che gli altri non avrebbero votato per la sua ammissione, Totò decise di lasciare la giuria. "Non faccio l'uomo di paglia per Sanremo", raccontò ai giornali. Di fatto, il suo ruolo di presidente lo portava semplicemente a dare un parere in caso di impasse, e si rivelò molto marginale. Il vero problema fu quando si decise di escludere dalle canzoni ammesse quella "Parole" come, raccontava Totò in un'intervista rilasciata ad Oggi il 24 dicembre del 1959.

"Io non sostenevo che Parole fosse più bella o più valida di altre canzoni. Ero solo convinto (e lo sono tuttora) che essa era, sotto ogni aspetto, degna di concorrere al Festival, e questa convinzione – mi sia consentito di ripeterlo – deriva da un'esperienza di cui non si poteva non tenere conto. La musica della canzone è tale da far presa sul pubblico; le parole (e questo è un elemento importante in un periodo in cui la gente è stanca di sentir rimare cuore con amore ) si staccano da quelle tradizionali, ormai trite". Ma non ci fu verso. La canzone venne esclusa, ma neanche questo convinse Totò a dimettersi. La goccia che fece traboccare il vaso arrivò dopo. "La decisione di lasciare la presidenza divenne irrevocabile solo dopo che ebbi constatato che i membri della commissione", spiegava ancora Totò, "non contenti di aver respinto il mio suggerimento, pretendevano che io modificassi la mia opinione e mi sottomettessi alla loro, firmando il verbale conclusivo". E così si concluse la brevissima avventura di Totò al Festival di Sanremo.