Niente tatuaggi, niente barba lunga alla maniera dei fondamentalisti islamici, niente atteggiamenti spavaldi. Antonio Mele, una delle vittime dell’ultimo agguato camorristico, aveva 56 anni, molti trascorsi in cella dove aveva conseguito il diploma di ragioniere, da studente modello nel carcere di Secondigliano. Ex affiliato del clan Lo Russo, ormai disarticolato da arresti e pentimenti, noto come Tonino ’o nimale, Mele ha un profilo che, per contenuti ed età, non ha nulla a che fare con quello dei membri della cosiddetta “paranza dei bambini”, protagonista indiscussa delle cronache recenti che raccontano Napoli.

È uno della vecchia guardia, molto vicino a Salvatore e Carlo Lo Russo, oggi collaboratori di giustizia, e condannato per associazione di stampo mafioso. Mercoledì sera ha trovato la morte, insieme a Biagio Palumbo, 52 anni, con precedenti per usura ed estorsione, in una Peugeot parcheggiata sotto casa di quest’ultimo nella seconda traversa di via Janfolla, roccaforte della cosca dei “capitoni”. Un agglomerato di palazzine a tredici piani, risultato della legge 167 di edilizia popolare che portò, a partire dagli anni Sessanta, anche alla costruzione delle vicine Vele di Scampia. Perché via Janfolla è toponomasticamente quartiere di Piscinola, confina con Scampia, ma è Miano come ambito territoriale della settima municipalità. Terre al limite la cui geografia politica e umana è stata stravolta dalla mano asettica del legislatore, vecchi casali agresti dalla storia antica, poi accorpatisi alla città di Napoli e divenendone quartieri periferici. La seconda traversa ha un solo ingresso, da lì si entra e si esce. Un cul de sac. Ed è per questo motivo che, all’indomani dell’agguato, chi abita da queste parti, abituato suo malgrado alle strategie di guerra, suggerisce con naturalezza al tavolo di un bar, facendo colazione, l’ipotesi di un contrasto interno alla galassia criminale post smantellamento del clan Lo Russo ad opera di magistratura e forze dell’ordine. Sarebbe stato difficile, infatti, per eventuali killer di gruppi rivali, giunti da fuori zona, uscire sani e salvi dal vicolo cieco.

Alleanze, patti, tregue, rappresaglie, trame di potere. Un passaggio di consegne che sta creando fibrillazione nell’area a nord di Napoli. Nel maggio dell’anno scorso il quartiere di Miano è stato teatro di un altro duplice omicidio di camorra. I due Carlo Nappello, zio e nipote di 44 e 22 anni, vengono trucidati in pieno giorno nella piazza Regina Elena, sfocio naturale di via Valente dove sono ubicati gli uffici municipali. Poco dopo, l’arresto di Valerio pone un freno alla scalata dei Nappello, in un continuo rimescolare di carte tra imboscate e regolamenti di conti. In tale scenario si inserirebbe la morte di Mele e Palumbo. A questo punto della storia, poco importa se ci troviamo in periferia o al centro storico: il filo comune che unisce adesso il tessuto sfilacciato della camorra napoletana è l’emergere sfrontato e prepotente di giovanissime leve che tentano di guadagnare posto nelle gerarchie criminali e di occupare quello lasciato libero dai vecchi boss, o uccisi o in galera. A scatenare la mattanza il vuoto di potere e la lotta per la successione negli affari illeciti, un tempo regno incontrastato dei Lo Russo. Dall’ex birreria Peroni fino alle zone vallive del bosco di Capodimonte. Sarà compito dei carabinieri della Compagnia Vomero, che indagano sul delitto della seconda traversa di via Janfolla, fare luce sulle frequentazioni delle due vittime per cercare collegamenti utili alla ricostruzione. Gli investigatori parlano di eredità sanguinosa, ma che negli ultimi tempi non faceva registrare fronti caldi, tuttavia sempre in un caotico contesto “polveriera”.

Un cognome che appartiene ad una delle famiglie storiche di Piscinola, nipoti laureati, una carriera da studente attento e partecipativo in carcere, Antonio Mele era sorvegliato speciale, con obbligo di firma. Ma la misura a cui era stato sottoposto non lo ha preservato dal giudizio inappellabile del tribunale della camorra. Le 19 di una sera di febbraio, la pioggia battente, una decina di colpi d’arma da fuoco, la Peugeot crivellata accanto alla statua che, all’interno di un giardinetto, raffigura la Pietà di Michelangelo. Non Padre Pio o il Cristo benedicente, consueti arredi delle piazze di spaccio, ma la Vergine Maria con Cristo morto in braccio. Che espone la sofferenza e attende la resurrezione. Tra un po’ c’è Sanremo in tv. A cantare anche un figlio di queste terre, Enzo Avitabile, in coppia con Peppe Servillo: “Scrivo la mia vita/ Tracce sulle pietre/ Ed ho gli stessi occhi/ di Scampia/ Accetto il mio dolore/ È il prezzo da pagare/ Per stringerti le mani/ Stringimi le mani/ Io no/ Io non mi sono mai/ Sentito così vivo/ Non domandarmi/ Come mai/ Così/ Così lontano e/ Vicino al mondo/ Al suo coraggio/ Il coraggio di ogni giorno”. Che porta con sé la paura del prezzo da pagare per risorgere.