I migranti arrivavano in Italia con dei permessi di soggiorno apparentemente legali, su richiesta di imprenditori agricoli, ma poi l'assunzione non veniva completata. Loro, che pagavano dai 5mila ai 12mila euro per la falsa documentazione, finivano a lavorare nei campi. E agli organizzatori arrivavano valanghe di denaro: non solo i soldi per i permessi di soggiorno, ma anche, e soprattutto, quelli derivanti dal caporalato. Si conclude con 35 misure cautelari l'indagine dei carabinieri su una grossa organizzazione transnazionale dedita alla tratta e allo sfruttamento di esseri umani. Gli indagati, 27 agli arresti domiciliari e 8 destinatari di obbligo di dimora e di presentazione alla Polizia Giudiziaria, sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento e allo sfruttamento dell'immigrazione clandestina, intermediazione illecita e sfruttamento di lavoratori con o senza permesso di soggiorno, riduzione in schiavitù e tratta delle persone, con l'aggravante del reato transnazionale; 8 dei 35 destinatari delle misure non sono stati ancora rintracciati e sono attualmente ricercati.

Oltre ai permessi di soggiorno falsi, che secondo le stime dei carabinieri hanno generato proventi per oltre 6 milioni di euro a partire dal 2012, c'erano anche i guadagni del caporalato. Che erano probabilmente la parte più consistente del giro di affari dell'organizzazione. Il capo del gruppo, Hassan, detto “Appost”, è stato intercettato mentre parlava con un sodale proprio dei soldi che giravano intorno allo sfruttamento dei migranti. “Ti parlo sincero – dice – io alla fine non m'interessa niente. Io se volessi fare i soldi li faccio qui. Io in una giornata guadagno 300 euro”.

Le misure cautelari, emesse dal gip del Tribunale di Salerno su richiesta della Procura della Repubblica di Salerno, sono state eseguite dai carabinieri del Comando Provinciale di Salerno col supporto del 7° Nucleo Elicotteri di Pontecagnano (Salerno), del Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Salerno e del personale dei Comandi Provinciali di Matera e Pistoia; gli indagati vivevano tra Salerno e provincia (Battipaglia, Eboli, Montecorvino Pugliano, Olevano sul Tusciano, San Marzano sul Sarno, Pontecagnano Faiano, Nocera Inferiore, Pagani, Altavilla Silentina, Agri), Policoro (Matera) e Monsummanno Terme (Potenza).

Le indagini, condotte dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Salerno, erano partite nell'agosto 2015. Si trattava di una operazione sul caporalato nella Piana del Sele, ma i risvolti investigativi hanno portato a scoprire le dinamiche di un fenomeno molto più complesso, in cui lo sfruttamento nei campi è soltanto l'ultimo anello di un sistema che partiva dall'arrivo in Italia dei migranti. I militari hanno ricostruito ruoli, gerarchie e modus operandi di una organizzazione criminale con base nel Salernitano e ramificazioni in altre città e con appoggi anche in Francia, Belgio e Marocco, che riusciva a far entrare illegalmente in Italia i migranti extracomunitari e poi li riduceva in schiavitù. Dell'associazione facevano parte sia stranieri sia italiani; tra questi ultimi c'erano numerosi imprenditori agricoli e alcuni professionisti, tra cui un consulente del lavoro.

Al vaglio degli inquirenti anche la posizione di 400 lavoratori, arrivati in Italia tra il 2015 e il 2018, che avevano ottenuto un permesso di soggiorno stagionale per motivi di lavoro; le pratiche erano state gestite per via telematica nell'ambito del cosiddetto “decreto flussi”. Per queste domande, hanno scoperto i carabinieri, ogni migrante era disposto a versare all'organizzazione somme tra i 5.000 e i 12.000 euro.

I migranti venivano contattati in Marocco, dove avvenivano anche i pagamenti; gli imprenditori agricoli legati all'associazione criminale generavano le domande flussi inviate al ministero dell'Interno, le pratiche venivano poi affidate a un commercialista di Eboli. In alcuni casi erano gli stessi migranti che chiedevano esplicitamente al capo dell'organizzazione un contratto di lavoro falso, identificato col termine “servizio”, per ottenere un visto di ingresso in Italia, da cui intendevano poi spostarsi verso altri Paesi europei. Una volta arrivato in Italia sulla base di una richiesta nominativa di assunzione, la procedura non veniva completata e il migrante riceveva un permesso per “attesa occupazione” di 12 mesi, il doppio di quello che avrebbero avuto in caso di assunzione stagionale, che è di 6 mesi. Queste persone venivano poi inviate sui campi e sfruttate in nero con la promessa di una successiva assunzione regolare.

Chi non aveva potuto pagare la somma per il permesso di lavoro, invece, veniva sfruttato nei campi fino all'estinzione del debito. Gli imprenditori agricoli che facevano parte del meccanismo ci guadagnavano con la manodopera sottocosto o, in altri casi, incassando un compenso tra i 500 euro e i 1000 euro per ogni contratto di lavoro fittizio richiesto. Tra i casi scoperti dai carabinieri di Salerno anche quello di un uomo che, arrivato in Italia, era stato privato del passaporto, minacciato e costretto a lavorare come bracciante agricolo senza ricevere nessuna retribuzione.

L'indagine ha svelato l'esistenza di un meccanismo parallelo per far arrivare migranti in Italia, diverso da quello della “rotta mediterranea”: in questo caso gli extracomunitari non arrivavano illecitamente, ma apparentemente era tutto in regola. Inoltre, è stato appurato che l'organizzazione sgominata aveva contatti con altri gruppi criminali, con cui si scambiava i lavoratori da sfruttare.