Il binomio tra la città di Napoli e Maurizio Sarri si arricchisce di un nuovo capitolo: dopo i tanti attestati di stima nel corso del triennio in cui il tecnico di Figline Valdarno, nella serata più bella a livello sportivo per lui che ha conquistato la UEFA Europa League, un piccolo ma nutrito gruppo di "Sarristi" ha deciso di festeggiare a piazzetta Miraglia, nel cuore del Centro Storico di Napoli, la sua vittoria. Non quella del Chelsea, non quella di Jorginho, né tanto meno quella di Gonzalo Higuain: ma quella di Maurizio Sarri, per molti "il Comandante".

Del resto, il rapporto tra Napoli città e Maurizio Sarri è nato in maniera spontanea, in barba proprio al rapporto sportivo, che pure ha avuto la sua importanza. Maurizio Sarri, anzi, è riuscito a diventare tutt'uno con il popolo napoletano senza portare alcun titolo: Walter Mazzari e Rafa Benitez sono ancora oggi adorati dai napoletani, ma dalla loro avevano i risultati. Sarri no: è l'unico tecnico nell'ultima tecnica a non aver vinto nulla sulla panchina azzurra. Eppure, se oggi si nomina Maurizio Sarri in città, la stragrande maggioranza dei napoletani lo venera come forse, andato via da Napoli, è capitato solo a Diego Armando Maradona.

Un figlio del popolo, ma non un capopopolo

Le radici di questo rapporto sono note a tutti: Sarri è un "figlio del popolo", ma non un capopopolo. La storia napoletana insegna che spesso questi ultimi hanno fatto una bruttissima fine: Tommaso Aniello, in arte "Masaniello", era un modesto venditore di pesce, sposò la causa della ribellione contro un sistema fiscale iniquo, e fu osannato da tutti, prima che lo stesso popolo che lo aveva eletto a sua guida finisse per tradirlo, squartarlo e gettarne il corpo nelle fogne. Una fine che nel corso della storia è toccata a diversi capipopolo della storia partenopea.

Sarri quest'etichetta non l'ha mai ricevuta. Figlio di operai e nato a Bagnoli, ha sempre parlato diretto, con quella tipica "risposta pronta" che poi è un tratto distintivo proprio del popolo napoletano. Quella risposta, spesso sfacciata, che talvolta è stata anche contestata dalla cosiddetta "élite", che non gli ha mai perdonato l'essere un misto tra la sfacciataggine napoletana e la franchezza tipicamente toscana. I napoletani lo hanno apprezzato per questo: chi, nelle memoria, non ricorda un aneddoto legato ad una sua uscita pubblica? Memorabile fu, in risposta a chi gli contestava che fosse un rischio contare solo su 18 giocatori, la sua uscita che "con 18 uomini si può fare un colpo di stato". Quella risposta sempre pronta, assieme alla sua sfacciataggine, è stata per tre anni la chiave di lettura di un amore con il popolo napoletano che mai s'era visto prima d'ora. E del quale Sarri ha incarnato anche i pregi, oltre che i difetti: a volte la lingua è stata più veloce del pensiero (vedi la nota polemica con una giornalista in sala stampa), ed anche questo lo accomuna ai napoletani. E non ha mai preteso di cambiarli: ne ha sposato i tratti caratteristici facilmente, perché erano già i suoi. Sarri è un napoletano nell'accezione più estesa del termine. Ed ecco perché i napoletani sono disposti a tutto per lui, anche a vederlo sulla panchina della "grande rivale". Ed anche questa è una grande, grandissima vittoria, di quello che i sarristi definiscono "il Comandante".