La vicenda che vi stiamo per raccontare è per certi versi emblematica del “sistema Italia”. Sembra un film già visto tante volte, troppe nel Mezzogiorno d’Italia. È un piccolo caso di specie, che dice molto su ciò che non funziona nel rapporto fra politica, imprenditoria e istituzioni, caratterizzato da una sola costante: lo spreco di denaro pubblico ai danni dei cittadini. Ancora una volta al centro di tutto vi è un finanziamento pubblico, stavolta erogato nell’ambito del POR Campania 2007/2013: risorse che sarebbero dovute servire alla costruzione di una rete fognaria a servizio di zone industriali e borgate rurali. E invece la semplice cronaca dei fatti racconta una storia diversa, senza nemmeno il lieto fine.

La gara d'appalto viene vinta da una ditta del luogo (che ha e avrà un tramite diretto nell'amministrazione comunale, ma lo vedremo più avanti) e il RUP (responsabile unico del progetto) decide di utilizzare l'affidamento diretto per l'incarico di direttore dei lavori. È la prima delle tante anomalie di questa storia, che viene immediatamente segnalata dalla Regione Campania, ente finanziatore dell'opera, che dichiara illegittimo l'affidamento diretto e chiede spiegazioni ("casualmente" dopo la gara bandita per la posizione in parola, l'incarico va nuovamente allo stesso tecnico…). I lavori comunque partono e si arriva al 2013, quando qualcuno all'interno dell'amministrazione comunale comincia a rendersi conto che c'è qualcosa che non va. A seguito di una serie di segnalazioni dei cittadini, infatti, ci si rende conto che la realizzazione dei lavori non procede come dovrebbe e che addirittura sembrerebbero emergere problemi strutturali tali da pregiudicare l'intera funzionalità dell'opera. Così, l'amministrazione comunale decide di vederci chiaro e, con una delibera di Giunta, avvia la procedura per incaricare una commissione di collaudo in corso d'opera.

Il RUP, però, prende tempo e non ottempera alla richiesta dell’amministrazione. Scelta cui il Sindaco decide di rispondere con un decreto di revoca dell’incarico al RUP stesso, che viene formalizzato il 6 luglio del 2013. A questo punto entra in gioco la politica. Perché lo stesso giorno, un gruppo di consiglieri comunali di maggioranza e opposizione sfiducia l’amministrazione, di fatto facendola cadere. Nulla di anomalo, se non fosse che a guidare la “rivolta” contro l’amministrazione è un consigliere di maggioranza che, casualità, è il figlio del titolare dell’impresa che sta eseguendo i lavori oggetto della discordia.

L’amministrazione comunale di San Lorenzello cade e in Comune si insedia il commissario straordinario. Il quale, fra i primi atti della sua gestione, chiede appunto la nomina della Commissione di collaudo, cui il RUP (che è sempre lo stesso) non può opporsi. Dopo alcuni mesi, arriva il verdetto della Commissione: l’opera non è collaudabile, ci sono incongruenze progettuali documentate e appare “non opportuno” procedere con i lavori. Insomma, per farla breve: un disastro completo, da bloccare il prima possibile. La cosa interessante è che, in un passaggio del report, si spiega come la rete fognaria già parzialmente realizzata non avrebbe mai potuto funzionare correttamente, poiché in alcuni tratti l’impianto sarebbe “in pressione”, ovvero non riuscirebbe a ricevere le acque bianche e nere, ma addirittura determinerebbe la risalita dei reflui nelle utenze private. Un capolavoro, insomma.

La determinazione con cui la Commissione di collaudo informa ufficialmente l’Amministrazione comunale della “evidente non collaudabilità” dell’opera è del novembre del 2014. Nel frattempo però, miracoli della politica campana, qualcosa è cambiato: l’amministrazione comunale stessa. Già, perché dopo il periodo di commissariamento si sono tenute le Elezioni Comunali (il 26 maggio 2014) e a spuntarla è stato Antimo Lavorgna, navigato politico locale (un passato da mastelliano di ferro, poi candidato alle Regionali con Noi Sud e sempre “in movimento sullo scacchiere politico), già Sindaco di San Lorenzello nel 1990, 1992, 1997 e 2001, poi più o meno sempre in consiglio comunale. Con lui, diventa vicesindaco il consigliere comunale – figlio del titolare della ditta e, dunque, i lavori proseguono indisturbati, con tanto di utilizzo della cosiddetta “partita provvisoria” per gli anticipi di cassa. In sostanza, lavori e pagamenti continuano, malgrado si sappia che l'opera non sarà collaudabile. "Ufficialmente" i lavori terminano nel luglio del 2017, la vicenda invece va ancora avanti.

Il quadro cambia nel giugno del 2018, quando (dopo una prima richiesta di informazioni) la Giunta Regionale della Campania revoca il decreto del 2009 con cui aveva finanziato l’intervento. Insomma, la Regione constatata l’assenza di collaudo e i ritardi nel completamento dell’opera, ritira il proprio decreto e avvia il procedimento per la revoca del finanziamento. Stiamo parlando di oltre 3,5 milioni di euro di soldi pubblici, che ora il Comune di San Lorenzello dovrebbe trovare in qualche modo, per poi restituirli alla Regione Campania. Soldi che ovviamente il comune non ha e che potrebbero portarlo al dissesto. Dunque, il nuovo RUP sta cercando un modo per aggirare l'ostacolo e non è escluso che la Regione possa addirittura finanziare il completamento dell'opera, attraverso una revisione sostanziale del progetto (nel frattempo, è cambiata anche la direzione dei lavori). L'ipotesi, tutt'altro che campata in aria, è quella che la nuova direzione dei lavori si adoperi per indurre in qualche modo (modificando le relazioni tecniche?) la commissione di collaudo a collaudare un'opera che, con ogni probabilità, resterà inutilizzabile.

Sull'intera vicenda è da tempo aperta una indagine della magistratura, che si avvia a conclusione con la richiesta di archiviazione del procedimento penale nei confronti degli indagati, perché, nonostante la ricostruzione dei fatti sia acclarata dallo stesso pubblico ministero, non si ravvisa la sussistenza di reati e in particolare non si ritiene si sia configurato il reato di abuso d'ufficio. Non è chiaro cosa deciderà il giudice, stante soprattutto la necessità effettiva di chiarire i contorni di una vicenda che apre una serie di interrogativi sull'intero sistema di gestione e controllo degli appalti.

In conclusione: siamo in presenza di un impianto fognario che non funziona, tanto che la Regione ha chiesto indietro i soldi; uno spreco di oltre 3,5 milioni di euro di denaro pubblico, alimentato dalla commistione di politici, tecnici e imprenditori; con la prospettiva di un nuovo esborso da parte dei cittadini per completare l'opera o almeno limitare i danni e l'impatto ambientale.

Il tutto, come sempre, senza che ci sia nessun colpevole e nessun responsabile.