Nessuna villa con piscina, nessuna automobile di lusso parcheggiata fuori: l'amministratore di una società che ha fatturato qualcosa come 10 milioni di euro vive in una capanna di lamiera in periferia di Napoli. Quando i finanzieri sono arrivati per notificare gli atti a uno dei milionari finiti nell'indagine, hanno avuto la conferma che la strada era quella giusta. Ma, del resto, era una delle possibilità che la Guardia di Finanza aveva messo in conto, uno scenario classico in questo tipo di indagini: quello che avevano davanti era il solito prestanome, ingaggiato dai truffatori per intorbidire le acque e non far scoprire chi veramente muove i fili. I finanzieri sono arrivati a lui, e agli altri finti milionari, con la prima regola delle indagini finanziarie: seguire i soldi. Per ricostruire tutto il percorso e arrivare alla mente dell'organizzazione. Dopo società cartiera, scatole cinesi, finte fatture. Arrivare a scoperchiare tutta l'organizzazione.

C'è anche questo, nell'indagine che ha portato a sequestri per 83 milioni di euro a carico di 6 persone e numerose società che operavano nel settore hi-tech: tutto arrivava dall'estero, veniva comprato tramite società "cartiera" e altre che facevano da filtro, e poi finivano sul mercato a prezzi apparentemente vantaggiosi. Dietro il sistema, il mancato versamento di Iva: 83 milioni non versati all'Erario, su un fatturato complessivo stimato in circa 500 milioni, mezzo miliardo di euro. Tra le società coinvolte figurano anche grossi importatori, tutti finiti nel giro delle false fatturazioni con cui si drogava il mercato: la merce finiva venduta ad un prezzo più che concorrenziale, per quelli che volevano seguire le regole c'era da scegliere se lasciarsi tagliare fuori o adeguarsi alla truffa.

Seguire i soldi per arrivare all'organizzatore della truffa

L'indagine è partita alla fine del 2014, quando al Gruppo Lucca della Guardia di Finanza sono arrivate delle denunce per una truffa: dei siti internet avevano raccolto ordini per 760mila euro nel giro di due mesi, nel periodo natalizio, e poi erano spariti. Era il caso della Italia Digital, che aveva messo su cinque siti internet. Erano stati arrestati i titolari, marito e moglie di Lucca, ed era stato aperto un altro procedimento con la Procura di Lucca per seguire il flusso di denaro, indagando sui fornitori. I finanzieri sono così arrivati a una società di Trento, in realtà inesistente: all'indirizzo c'era solo una cassetta postale.

Da lì, controllando movimentazioni bancarie, clienti e fornitori hanno ricostruito la mappa delle società filtro, tutte vuote: una a Milano, una a Roma, altre tre tra Caserta e Napoli. E tutte acquistavano dagli stessi 4 fornitori esteri: due a Malta, uno in Slovenia e uno in Estonia. Ma anche questi erano soltanto delle cartiere. La vera organizzazione che gestiva tutto il flusso di denaro era in Campania, tra Napoli e Caserta. I finanzieri hanno accertato che la mente era un uomo originario di Avellino e domiciliato ad Aversa anche se ufficialmente residente a Malta, incensurato a nullatenente: i soldi venivano spostati con un computer e delle chiavette token, di quelle che servono per autorizzare le operazioni bancarie. E tutte le società erano intestate a prestanome.

Imprenditori milionari dell'hi-tech vivono nelle baracche

Per depistare le indagini, come avviene per questo tipo di frodi, erano stati ingaggiati numerosi prestanome. Uno è quello che vive in periferia di Napoli, in una casa di lamiera: secondo le carte ha movimentato in un anno e mezzo 30 milioni di euro, con una frode sull'Iva di 7,5 milioni di euro. Ma lui, in realtà, a quei soldi non ha mai avuto accesso: hanno usato la sua identità e i suoi documenti per intestare le società e registrare i flussi di denaro, in cambio gli hanno offerto qualche decina di euro. Ma la condizione di indigenza è comune a tutti: in un altro caso i finanzieri sono risaliti a una famiglia di sette persone, tutte strette in un appartamento di una ventina di metri quadri. Tutti ufficialmente milionari, in grado di spostare complessivamente un centinaio di milioni di euro l'anno, e tutti, in realtà, teste di legno assoldate per pochi spiccioli, facendo leva sul bisogno e sulla disperazione, e inconsapevoli in molti casi anche della truffa in cui erano rimasti coinvolti.

Come funziona la frode carosello sull'Iva

Il meccanismo usato per evadere l'iva è quello della "frode carosello". Il primo acquisto viene effettuato da una società estera comunitaria, quindi in regime di non imponibilità di Iva. La società che acquista, in questo caso Italiana, compra il bene e lo rivende subito, facendo figurare l'applicazione dell'Iva ordinaria. Che, però, non verrà mai versata all'Erario: la società, che ha il ruolo di "cartiera", è solo una scatola vuota col compito di produrre false fatturazioni, che poi sparirà dopo la commissione della truffa. In questo modo il bene arriva alla fine sul mercato italiano (o del Paese dove viene commessa la frode) e l'Iva, che sulla carta sembra essere stata versata, rientra in realtà nelle disponibilità degli organizzatori della truffa.

La task force per ricostruire la truffa da 83 milioni di euro

L'indagine, partita da Lucca e poi trasferita a Napoli, è stata curata dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli e dal Gruppo della Guardia di Finanza di Lucca con supporto internazionale. È stata condotta col coordinamento di Eurojust, e ha visto in campo una Squadra Investigativa Comune creata ad hoc composta da Guardia di Finanza e polizia slovena. Gli accertamenti hanno portato alla denuncia di 49 persone, indagate per reati tributari con l'aggravante della transnazionalità, accusati di emissione di fatture per operazioni inesistenti, omessa dichiarazione, distruzione e occultamento di documenti contabili e bancarotta fraudolenta.