In carcere non ci sono solo i detenuti. Nei 14 istituti campani, oltre che nei nuclei provinciali traduzioni e nei tribunali, lavorano circa quattromila poliziotti penitenziari. Appartengono ad una delle quattro forze di polizia italiane, svolgendo compiti delicati e complessi in situazioni critiche dove ormai l’emergenza è la norma. Eppure l’allarme sulle precarie condizioni di lavoro dei baschi azzurri sta passando da troppo tempo in sordina. Inevitabile che il malessere esploda in protesta. L’annuncio, tre giorni fa, dello stato di agitazione in un manifesto unitario firmato da sette sigle sindacali si tradurrà in azione già oggi con la non partecipazione ai festeggiamenti del Corpo, nel 201esimo anno dalla fondazione. In attesa del 12 giugno, quando è previsto un sit-in fuori la sede del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, “per esternare tutto il proprio legittimo dissenso e forzare l’immobilismo che ristagna ormai da troppo tempo nella regione Campania, impantanato in una palude di indifferenza i cui maleodoranti miasmi stanno esondando oltre limiti non più tollerabili” come si legge nel comunicato dai toni forti.

Carenza di personale – «Denunciamo innanzitutto la grave carenza di personale – dichiara Pasquale Gallo del Sinappe – che va ad incidere non soltanto sulla sicurezza degli istituti, ma anche sullo stress psico-fisico dei lavoratori. Si accumulano giorni di congedo senza poterne usufruire e ore di lavoro straordinario non retribuito per mancanza di adeguata copertura finanziaria, siamo costretti a svolgere quotidianamente turni di servizio non inferiori alle otto ore giornaliere, addirittura c’è difficoltà a garantire il prossimo piano ferie». Ma sono i numeri a rendere tangibile lo stato di crisi. «Il carcere di Secondigliano, ad esempio, che ospita 1430 detenuti, in maggioranza di Alta sicurezza, è il più penalizzato – spiega Gallo -. In base all’ultimo decreto ministeriale di ottobre 2017 che ha ripartito nuovamente le dotazioni organiche, Secondigliano ha subìto una riduzione di oltre 200 unità, siamo scesi da 1300 a 1080, ricordando che in quest’ultima cifra sono da contare anche i dipendenti dei nuclei provinciali che si occupano di traduzioni e piantonamenti a Poggioreale e Pozzuoli, quindi non in stretta dotazione a Secondigliano. Gli effetti disastrosi si vedranno tra quattro o cinque anni, quando il personale andrà in pensione e non verrà sostituito. In Campania siamo passati da 4756 unità a 4003. È davvero un controsenso: il ministero ci dice che bastano meno agenti per la gestione degli istituti, però poi aumentano le ore di straordinario». Ad amareggiare c’è dell’altro. «Gli eventi critici nelle carceri campane hanno raggiunto livelli preoccupanti – ci tiene a sottolineare il rappresentante sindacale -. Aggressioni, colluttazioni, che nascono in ambienti dove i detenuti pressati dal disagio esplodono in azioni spropositate e dove i poliziotti penitenziari restano isolati e privi di adeguati strumenti di intervento e difesa. La beffa è che alla fine dobbiamo difenderci pure da un immaginario collettivo, alimentato dai riflettori mediatici, che ci dipinge come carnefici prima ancora che vengano accertate eventuali responsabilità, nonostante i numerosi atti di autolesionismo e i tentati suicidi che sventiamo in cella e le vite che salviamo. E l’amministrazione centrale che fa? Nulla, non ci tutela, non prende posizione».

Eventi critici –  Stereotipi, pregiudizi. Ma gli eventi critici ci sono e non accennano a diminuire. Gli ultimi, nel mese di maggio, riguardano i presunti abusi su un 50enne recluso a Poggioreale, mentre un 20enne nello stesso carcere è finito in coma per malasanità come denunciato dai suoi familiari. A questi casi si aggiungono l’episodio del detenuto a Benevento che ha minacciato di far esplodere la cella ferendo un poliziotto e l’aggressione a Carinola, la terza in sei mesi, ai danni di un agente colpito con una testata al viso. «Sui fatti accaduti recentemente a Poggioreale non mi soddisfano le giustificazioni da parte medica di ciò che si è fatto – si è espresso così Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, al congresso nazionale di Magistratura indipendente svoltosi a Napoli la settimana scorsa -. Anche se ci sono stati errori, è bene che emergano per saper apprendere dallo sbaglio e capire cosa va modificato, è giusto non coprire ma far venire a galla per far sì che il sistema funzioni sempre meglio e con maggiore prontezza ed efficacia. Discorso diverso per la questione dei maltrattamenti. Poggioreale ha vissuto un brutto passato su cui comunque la Procura ha dimostrato di saper fare il proprio lavoro, tanto che attualmente un settore specializzato si occuperà di questi casi, ma non mi piacciono i rumors generali. Se gli abusi si sono verificati, lasciamo che la Procura indaghi. Mi sembra che il personale del carcere rispetto ad anni addietro sia più sensibilizzato, abbia più coscienza, la situazione oggi è cambiata. Ho fiducia che se qualche episodio è successo, sarà lo stesso personale penitenziario ad isolarlo».

Sorveglianza dinamica” in strutture inadeguate – La polemica riguarda anche il carico di responsabilità e il cosiddetto regime detentivo aperto. «L’amministrazione penitenziaria si è addormentata o è distratta – denuncia Vincenzo Palmieri dell’Osapp -. Si è preoccupata soltanto delle raccomandazioni europee per evitare le sanzioni sull’articolo 3 della Cedu che vieta i trattamenti e le pene inumani e degradanti. Ma la legge 354 del ’75 che ha aperto la strada all’umanizzazione della pena ce la siamo dimenticata? Non bastava rispettare questa, invece di essere richiamati dalla Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo?». Sono ancora i numeri a dare contezza del problema. «Nella casa di reclusione di Aversa ci sono circa 80 agenti che gestiscono 300 detenuti – illustra Palmieri -. Gestire non significa sorvegliare e basta. Ogni giorno ci prendiamo carico dei vari aspetti della vita detentiva, che invece dovrebbero essere coordinati da altre figure professionali, come lo psicologo, l’assistente sociale, l’operatore pedagogico che però mancano. Un esempio? Se un detenuto va a colloquio e rientra in cella nervoso per aver appreso notizie brutte in famiglia, tocca a noi condividere la sofferenza del momento per evitare anche gesti estremi, ci improvvisiamo psicologi, visto che non sono rari i casi di suicidio in cella». Gli fa eco Lorenza Sorrentino della Cisl: «Crescono i doveri, ma mezzi e strutture non vengono adeguati alle nuove esigenze. Si parla, ad esempio, di vigilanza dinamica senza aver previsto alcuna formazione del nostro personale». Nessuna critica all’ammodernamento del sistema con spazi di maggiore movimento e socialità per i reclusi, ma denuncia per un apparato deficitario. «La sorveglianza dinamica è stata un fallimento, si registra un’escalation di violenze tra detenuti e aggressioni alla polizia penitenziaria – rimarca Domenico De Benedictis della Uil -. È un sistema fatto solo di parole, nella pratica manca tutto. Il 90% degli istituti in Campania è al di sotto della soglia minima di sicurezza, e non parliamo solamente della sicurezza dei cittadini, ma innanzitutto di quella degli stessi detenuti: in caso di emergenze, come un incendio o una scossa di terremoto o una rivolta, nelle ore pomeridiane e notturne sarebbe un dramma, il personale è ridotto all’osso».

Le sezioni femminili e il disagio psichico – E poi c'è l’anello debole della catena. «La carenza di personale si fa sentire di più nelle sezioni femminili di Pozzuoli, Santa Maria Capua Vetere, Benevento, Salerno – racconta Immacolata Cafaro della Cgil -. In alcuni istituti si riscontra grande difficoltà nel fornire i diritti soggettivi di base. Vengono dati sì, ma le donne che restano in servizio affrontano turni prolungati massacranti. Veniamo chiamate anche nel giorno di riposo oppure dopo sei ore di lavoro, devi smontare ma non arriva il cambio. La conciliazione tra lavoro e famiglia diventa in questo modo molto complicata, soprattutto nel periodo delle ferie estive». Gli agenti spesso sono costretti a ricoprire più posti di servizio contemporaneamente. «L’aggravio di carichi di lavoro è diventato intollerabile, ci dobbiamo accollare responsabilità complesse – commenta Ciro Auricchio dell’Uspp -. Si pensi che sono aumentati i detenuti con disagio psichiatrico, perché le Rems hanno liste di attesa lunghe, parcheggiati nelle articolazioni sanitarie all’interno delle carceri, è evidente che c’è bisogno di maggiori strumenti terapeutici. Cosa chiediamo? Che il prossimo governo metta in agenda tra le sue priorità la questione carceri e della polizia penitenziaria. Intanto ci rivolgiamo ai cittadini affinché ci aiutino a sostenere questa nostra protesta, perché una società è degna di essere denominata civile soltanto se anche le sue carceri sono in grado di garantire dignità di vita a chi è recluso e a chi vi lavora».