Su questo pietroso campo di calcio, dove un tempo ho giocato anch'io, ieri un ragazzino di 14 anni è morto d'infarto sotto gli occhi dei suoi compagni. Non lo conoscevo, così come non conosco la sua famiglia, ma conosco i ragazzi del quartiere, conosco la storia di quel posto, e purtroppo niente è un caso, nemmeno il fatto che quel luogo si chiami Albergo dei Poveri.

Siamo a piazza Carlo III, Napoli, limite di quelle colonne d'Ercole che per molti separano la città antica da quella nuova e più temibile, che apre verso il Nord. Ponti Rossi, Arenaccia, Sant'Eframo, poi Capodichino, Scampia, Secondigliano. Qui l'Albergo dei Poveri – un tempo ricovero per i più sfortunati della città – domina la scena.

Nelle sue interiora ci sono attività commerciali, istituzionali, sportive, c'è di tutto. E in una delle sue cavità c'è questo campetto, all'interno di un ben noto centro sportivo. Nessuno sa come è andata al momento, e potrebbe essere andata in tutti i modi. Questo non è un articolo scritto per indignarsi né per insinuare.

Perché la malasorte è sempre in agguato, perché quell'infarto non poteva in alcun modo essere previsto. Qualcuno ce lo dirà. Ma la verità di fondo la sappiamo e ogni tanto bisogna dirsela: crescere in certe zone, nelle strade a cittadinanza limitata delle nostre metropoli, significa poter crescere senza sapere di avere un problema, finché quel problema non ci presenta il conto.