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Il suicidio di Tiziana Cantone
12 Febbraio 2019
16:10

Cantone, quando il silenzio arriva troppo tardi. Scusaci Tiziana

Processo Cantone a porte chiuse per tutelare la ‘privacy’ di Tiziana. Solo da morta e in un’aula di tribunale Tiziana Cantone vedrà finalmente tutelata la sua persona. E mentre il giudice chiude le porte del tribunale, in rete i sextape continuano a girare. Scusaci Tiziana, ancora una volta, siamo impotenti di fronte a quello che ti accade.
A cura di Angela Marino
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Il suicidio di Tiziana Cantone

Seconda udienza del processo Cantone, anzi, con lo sciopero dei penalisti che ha fatto saltare l’inizio del processo lo scorso 18 dicembre, di fatto, siamo alla prima. Scenario completamente cambiato e non solo perché a rappresentare la mamma di Tiziana c’è un nuovo legale, l’avvocato Serena Gasperini, e neanche perché nel caso è entrata la famosa criminologa Roberta Bruzzone. L’aria è diversa. Nell’aula della quinta sezione penale del tribunale di Napoli sono posizionate telecamere a ogni angolo, seduti pronti da ore, ci sono i giornalisti di un ‘Giorno in Pretura’, accanto a loro la produzione di ‘Netflix’ (che sta girando un docufilm, ndr) e sparsi per la stanza 214, diversi giornalisti di testate locali. L’attesa dell'inizio del processo sembra interminabile, anche perché lo è. Prima del processo Cantone si frappone un’altra udienza, che lo fa slittare di circa oltre un’ora.

Quando finalmente il giudice apre le danze, si fa la conta dei presenti e degli assenti. Assente Sergio di Palo, imputato, ex fidanzato di Tiziana. Ce lo aspettavamo. Assente Maria Teresa Giglio, la mamma della Cantone, parte civile al processo. No, questo non ce lo aspettavamo. Da un breve scambio di battute tra la difesa del Di Palo e quella della Giglio, si intuisce che non è una scelta, la signora Giglio è trattenuta a casa da gravi problemi familiari. È triste non vederla battagliera come sempre nel posto accanto al suo legale, è anche inconsueto. Assenti anche le altri parti civili, in tutto cinque.Prende la parola il pm e come primo punto si discute l'istanza posta dall’avvocato Bruno La Rosa, legale di Di Palo, da sempre contrario a un processo a porte aperte. Nell’elencare i motivi per cui tale scelta è opportuna, si riferisce a Tiziana chiamandola la ‘povera vittima’. Lapsus, forse, perché l’indagine per istigazione al suicidio è stata archiviata e Tiziana per la legge non è una vittima, non ancora.  Sposa l'istanza anche il pubblico ministero, in tutto d'accordo con La Rosa sulla riservatezza opportuna in ‘questi casi’. Sul tavolo accanto a lei c’è un fascicolo con la scritta in caratteri cubitali ‘Sex game’.

Anche le parti civili si dicono favorevoli e così, quando prende la parola l’avvocato Serena Gasperini, che rappresenta Teresa Giglio, chi conosce il caso si aspetta un’opposizione, una richiesta di trasparenza, porte aperte, insomma. Invece anche l’avvocato Gasperini si dice d’accordo, porte chiuse. Volano sguardi allibiti. Il giudice si ritira per decidere, ma abbiamo tutti capito dove andrà la sua decisione. "Si nega il consenso alle videoriprese" e si dispone un dibattimento a "porte chiuse, per non ledere il pudore e il buon costume" annuncia velocemente dieci minuti dopo. Delusi se ne vanno in fila indiana tutti i giornalisti con il seguito di telecamere, cavalletti e casse, lasciandosi alle spalle l'ultima speranza di raccontare quella storia da un profilo diverso, meno scandalistico, più umano. Peccato. La stampa aveva appena iniziato ad accorgersi di Tiziana come ‘vittima’, come icona di un feroce fenomeno di cyberbullismo di massa, come persona fragile e meritevole di tutela e privacy. Appunto, quella di cui ha parlato il giudice.

Il silenzio, quello che volevi tu, troppo tardi e mentre ancora quei maledetti video continuano a riaffiorare dalla rete come melma tossica. Scusaci Tiziana, ancora una volta, restiamo impotenti di fronte a quello che ti accade e che noi stessi fatichiamo a capire.

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