Cacciato dall'aula perché indossa pantaloncini. A immaginarla la scena ce la si figura con i professori in giacca e papillon che si arricciano baffi impomatati e professoresse con la gonna sotto il ginocchio. E invece no, non è successo in un rigido istituto di un paese nordico negli anni Cinquanta. È successo all'Università di Napoli Federico II, ieri, nel corso di una seduta di laurea a Scienze Politiche. Notato lo studente in shorts gli è stato chiesto di allontanarsi e i lavori sono stati sospesi per dieci minuti. Dieci. La "colpa" dello studente è quella di aver violato la circolare accademica che vieta di indossare calzoncini e canotte nelle aule dell'università.

Una provocazione? Uno sberleffo all'autorità? Forse solo un caso, anche se sarebbe più edificante immaginare l'episodio come un'aperta ribellione a quel divieto che ha fatto tanto discutere. Sarebbe interessante interpretare quella mise come un gesto di sfida nei confronti dell'autorità, la stessa che nella persona del professore Marco Musella, docente di Economia Politica e vicepresidente da alcuni mesi della Fondazione Banco di Napoli nonché direttore del dipartimento di Scienze Politiche, ha vietato non solo ciabatte, infradito, canotte, bermuda e vestitini corti, ma anche pose "eccessivamente rilassate" e lo ha fatto, a sentire i membri del coordinamento studentesco Link, senza chiedere il loro parere, senza discutere la circolare in ambito accademico.

Bermuda e zoccoli sono oggettivamente più adatti alla spiaggia che a un'aula di uno dei più antichi e prestigiosi atenei del Mezzogiorno oltre a essere, qualche volta, visibilmente antiestetici. Ma perché vietarli? Perché emettere una circolare che prescrive a giovani laureandi non solo come vestirsi, ma anche che postura assumere? Nell'università che accorcia le distanze tra studenti e docenti con l'uso di nuove piattaforme di apprendimento, email e Social Network, come interpretare un foglio affisso in una bacheca con le regole di condotta da seguire tra le mura universitarie? Era veramente quello l'unico modo di suggerire il giusto "dress code" ai 20enni che dalla dirigenza erediteranno un sistema e una società tutt'altro che perfetti, dove le deroghe alle regole sfortunatamente, non riguardano l'abbigliamento? Il decoro è importante certo. Lo è altrettanto quando si tratta di quello delle mense, delle aule, dei bagni. Che senso ha limitare la libertà in un luogo che non ha solo il compito di impartire il sapere, ma anche quello di formare delle individualità e di lasciare che si esprimano?

Di qualche settimana fa è la lista dei "compiti a casa" di un docente ai suoi studenti in cui il professore li esortava a sparigliare le carte, fare esperienze concentrarsi su se stessi anziché tenere il naso sui libri. La "lista" ha fatto il giro del web non solo per quella sfumatura cinematografica per cui non avrebbe sfigurato ne l'"Attimo fuggente", ma per il sapore di ribellione che conteneva. Al dirigente napoletano che certo aveva in mente solo di salvaguardare il senso delle istituzioni quello studente che si è presentato in calzoncini avrebbe potuto far presente che libertà e disciplina non sono due cose opposte e possono coesistere, soprattuto in una società in cui venti repressivi spingono da diverse parti. E se questo non fosse sufficiente, basterebbe ricordare che il normanno Federico che ha dato l'altisonante nome all'ateneo napoletano, certo non indossava mocassini e smoking, ma un abbigliamento molto più spartano. Eppure, si direbbe che abbia fatto strada.