Foto di repertorio
in foto: Foto di repertorio

Si era opposto al racket a Napoli e aveva lasciato la città spostandosi in provincia di Caserta, ma anche lì aveva ricevuto la visita degli estorsori. E, questa volta, l'imprenditore cinese si era arreso: "Ho capito come funzionavano le cose qui in Italia e ho pagato", ha spiegato ai carabinieri. C'è anche questo particolare nelle indagini che hanno portato in manette Enrico Verso, 56 anni, cognato di Raffaele Bidognetti, figlio del capoclan Francesco Bidognetti, da qualche mese diventato collaboratore di giustizia.

Verso è accusato di avere estorto il pizzo a un commerciante cinese e a un imprenditore agricolo e, grazie alla sua parentela con i vertici del clan dei Casalesi, di avere imposto sul territorio gli istituti di vigilanza privata al lui collegati. È stato arrestato dai carabinieri del Reparto Territoriale di Aversa, in provincia di Caserta, su ordine del gip di Napoli; i reati contestati sono estorsione aggravata dal metodo mafioso e trasferimento fraudolento di beni; la magistratura ha disposto inoltre il sequestro per 3 società di vigilanza (Roma security srl, Nsp Security sas e Services & security srl) attive tra le province di Napoli e Caserta, in particolare tra Parete e Villaricca, e ritenute riconducibili a Verso ma intestate a prestanome.

Nell'ambito della stessa operazione i carabinieri, coordinati dalla Dda di Napoli, hanno notificato una ordinanza in carcere a carico di Salvatore Fioravanti, 45 anni, ritenuto esponente del clan e già detenuto, arrestato a dicembre scorso mentre andava a riscuotere il pizzo. Altri due indagati, Antonio D'Abbronzo ed Eugenio Di Laura, sono stati sottoposti agli arresti domiciliari e Vincenzo Siano e Carlo Verdone, ritenuti prestanome di Verso, sono destinatari di divieto di dimora in Campania.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti era Verso che si presentava agli imprenditori da taglieggiare. Conosciuto come esponente del clan Bidognetti, chiedeva il pizzo o imponeva i propri istituti di vigilanza, che svolgevano per lo più servizi di portierato in aree industriali, come a Teverola; della gestione si occupava personalmente, stabilendo turni e organizzazione del lavoro dei dipendenti.

Tra le vittime compare un commerciante cinese, che alcuni anni fa gestiva una attività in provincia di Napoli. Era stato minacciato dalla malavita, ma si era rifiutato di pagare. Così era partita la rappresaglia: una serie di furti, che lo avevano costretto a spostarsi. Ma anche a Caserta, nel nuovo negozio, aveva avuto gli stessi problemi: anche lì si erano presentati a chiedere denaro. "A quel punto ho capito come funzionavano le cose qui in Italia e ho pagato", ha spiegato alle forze dell'ordine l'uomo, che versava 200 euro a settimana.