Montagne di denaro che arrivano da droga ed estorsioni, che non possono essere spesi prima di essere ripuliti. Un boss che riesce a comandare anche dal carcere, impartendo disposizioni e gestendo gli investimenti. E qualche capa ‘e lignamme, testa di legno, disponibile a "mettersi in faccia", ovvero a intestarsi, le società create ad hoc. Il risultato è una macchina da soldi, propaggine apparentemente legale di quello costruito sul sangue: l'inchiesta del Gico della Guardia di Finanza di Napoli ha svelato il lato imprenditoriale del clan Vanella-Grassi, fino ad ora conosciuto soltanto per la ferocia con cui è riuscito ad imporsi nel panorama camorristico dell'area nord di Napoli.

Le indagini si sono concluse con un sequestro di beni per 10 milioni di euro e l'arresto per 7 persone, considerate il perno del riciclaggio del clan di Secondigliano nato da una costola del clan Di Lauro e diventato egemone dopo la faida del 2012-2013 con cui ha scalzato il gruppo degli Abete-Abbinante.

Antonio Mennetta
in foto: Antonio Mennetta

A guidare la strategia c'era Antonio Mennetta, capo del clan, che impartiva gli ordini anche da dietro le sbarre, dal 41 bis. Lo faceva con messaggi in codice ad Alberto Sperindio, un giovane disoccupato che da un momento all'altro si era reinventato imprenditore di spessore. Il punto di svolta era stato il matrimonio: aveva sposato la sorella di Mennetta, era diventato cognato oltre che uomo di fiducia del boss. Lo avevano già arrestato nel 2010, perché un anno prima aveva portato degli oggetti in carcere proprio a Mennetta.

Da lì, gli investimenti in quei settori che per la camorra valgono come le piazze di spaccio. Aree strategiche che consentono da un lato forti guadagni, dall'altro di far confluire e rifluire i soldi che provengono dalla strada. Si definiva imperatore di Secondigliano, Antonio Mennetta, e aveva individuato i settori di suo interesse preteso la divisione degli affari e usando il cognato come emissario col compito di portare agli affiliati le sue direttive. Tra le attività preferite c'era quella della vigilanza privata, ma il punto forte sono state anche le ditte di pulizia: società che esistevano da anni e che non erano finora state collegate al clan, e che in questo periodo di pandemia da coronavirus si erano infiltrate anche nella gestione delle sanificazioni dei locali.