Los bastardos de la Punto negra, i bastardi della Punto nera. Le ragazze li chiamavano così. Nella storia che stiamo per raccontare tutto è cupo. C'è un'auto, sempre la stessa, una Fiat Punto scura. E ci sono tre uomini vestiti di scuro, sono tre carabinieri. Inchiodano le ruote sull'asfalto, escono, sbattono le portiere in quella landa sterminata del Giuglianese tra Licola e Varcaturo. Si dirigono in fondo alla strada verso casette minuscole e semi nascoste. Si presentano come lo Stato ma non sono lo Stato. Perché una volta entrati d'imperio nei piccoli alloggi, tuguri straripanti di vestiti, accessori femminili ma soprattutto occupati da un letto a due piazze con troppi ospiti che si avvicendano, non fanno altro che minacciare. Intimidiscono le persone più deboli, le donne costrette alla prostituzione, immigrate sudamericane che nulla hanno in Italia se non il loro corpo da vendere. Chiedono soldi e sesso. Pretendono di avere l'assoluto controllo sulle loro vite. Metti tutto questo nell'Italia che oggi ha paura del terrorismo e schiuma di rabbia contro l'immigrazione, nel Paese che meno di trent'anni fa guardava con terrore le gesta degli uomini in un'altra auto, la Uno Bianca, altri agenti infedeli. Quest'abuso di potere nell'Italia di oggi è una storia che fa tremare.

Qualche settimana fa, presso la redazione napoletana di Fanpage.it, giungeva un plico in forma di raccomandata postale contenente una decina di pagine dattiloscritte divise in quattro fascicoli. I documenti non erano stati inviati soltanto alla nostra redazione ma, stando all'intestazione della lettera, anche ad altri 27 destinatari: Presidenza della Repubblica, ministeri di Giustizia, Difesa, Interno e Lavoro, al Consiglio superiore della Magistratura, alla Procura di Napoli, al Comando generale dell'Arma dei Carabinieri e a una ventina tra redazioni di network televisivi, giornali nazionali e locali, talk show e trasmissioni di inchiesta.

Il documento spedito a Fanpage.it
in foto: Il documento spedito a Fanpage.it

Cosa c'è scritto in quei fascicoli? Ci sono una serie di copie di denunce con nomi e cognomi di presunti vittime e carnefici.  Le carte urlano una storia che oggi ancora di più vale la pena portare alla pubblica attenzione, dopo la vicenda dei carabinieri arrestati nel Giuglianese. Parliamo dei marescialli Castrese Verde e Amedeo Luongo  e dell'appuntato Giuseppe D'Aniello, in galera con la gravissima accusa di aver costruito a tavolino prove ai danni di un incolpevole immigrato del Ghana, per tacciarlo di terrorismo. Se i riflettori degli inquirenti –  apprende Fanpage.it da fonti qualificate –  erano accesi e puntati da mesi sull'operato dei tre militari operanti nell'hinterland Nord di Napoli lo dobbiamo alla storia che raccontiamo ora.

Partiamo dalla fine. È il 27 giugno 2018. I tre militari Verde, Luongo e d'Aniello vengono arrestati con le accuse di calunnia, falso ideologico, porto e detenzione illegale di armi e le aggravanti dei futili motivi dell'abuso di potere. L'ordinanza del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Napoli Nord Vincenzo Saladino  accoglie le istanze del pubblico ministero Simone de Roxas. Il trittico di divise era già nel mirino per concussione, perciò tenuto sotto stretta osservazione. Il perché lo spiegheremo tra un attimo. È una vicenda delicatissima sulla quale in Procura si lavora ogni giorno con quotidiani briefing per settimane, nella massima riservatezza. Ad un certo punto però gli inquirenti decidono che il tempo delle indagini è finito e che bisogna uscire allo scoperto. Motivo? C'è una vita in ballo, c'è un uomo finito ingiustamente in galera a causa di «un cinico e spregiudicato piano criminoso» come scrive il gip nella sua ordinanza.

La falsa accusa di terrorismo

Cosa avevano fatto i tre carabinieri? Avevano inventato false prove dell'appartenenza ad una cellula dell'Isis di un ragazzo ghanese, Munkail Kaliu Osman. Un innocente, una vittima scelta così, per caso. Non solo: si erano inventati un piano per un imminente attacco terroristico ai danni di un centro commerciale, l'Auchan di Giugliano. Il bracciante africano era finito dietro le sbarre e i militari dell'Arma in attesa d'un encomio per la ‘brillante operazione'. Osman ora è libero, è stato completamente scagionato dalle infami accuse. "È finita, tu devi morire in galera", così gli avevano detto i tre della Punto nera.

Cui prodest? Perché rischiare così tanto, perché imbastire una messinscena così pericolosa? Solo per un encomio? Evidentemente dietro c'è dell'altro. Forse la volontà di sviare l'attenzione da altre storie. Forse la volontà di prendere il largo da un pasticciaccio brutto che ormai è troppo grosso per non essere visto.

Gli elementi-denuncia contenuti nel fascicolo giunto in redazione sono sostanzialmente tre. Primo: nel Giuglianese c'è questo gruppetto di appartenenti alle forze dell'ordine che è fuori controllo. I nomi coincidono con quelli nella vicenda del giovane ingiustamente accusato di terrorismo. Secondo: questi militari hanno minacciato, indossando una divisa, le giovani escort operanti in zona: «dicendo chiaramente che se non pagavano avrebbero provveduto a chiudere le case, pretendendo, inoltre, sesso gratis a loro piacimento» e ci sono denunce a loro carico. Terzo: ci sarebbero «fortuite registrazioni ambientali» dei tre presunti corrotti al vaglio dei magistrati e ci sarebbe stata anche una prima indagine della Guardia di Finanza.

L'uomo che ha denunciato i 3 carabinieri

Chi è l'accusatore? Chi ha smosso questa massa melmosa? Nel plico inviato a procure, caserme e giornali e arrivato prima che scoppiasse la vicenda, chi denuncia si presenta con nome e cognome. È un uomo di mezza età nato altrove ma residente da anni in quella zona. Allega un suo documento di riconoscimento e i suoi recapiti; ha un avvocato difensore. Si definisce «tassista abusivo» operante nel comune di Giugliano in Campania «la mia attività – dichiara – consiste nell'accompagnare le persone che vivono nella zona e sono sprovviste di mezzi di trasporto o non possono usufruire di trasporto pubblico in quanto carente. Tra queste persone – continua – che si avvalgono del mio lavoro, vi sono anche delle ragazze straniere che fanno attività di meretricio».

L'uomo spiega di aver deciso di parlare dopo un episodio: fu fermato in zona Lago Patria nel gennaio 2017 da uno di questi esponenti delle forze dell'ordine che accusa, mentre era a bordo della sua auto con una ragazza dominicana. Di lì a poco, dice, avrebbe incassato dagli stessi carabinieri una denuncia per «sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione». Nell'incartamento allega le disperate denunce di due colombiane di 50 e 24 anni. Raccontano storie simili: persone in uniforme – sempre le stesse – che bussano alla porta e pretendono denaro in cambio di ‘tranquillità'. Tutto si muove nella logica del terrore: l'autorità che esce dal suo ruolo e minaccia il più debole. Ci sarebbero altre denunce simili – almeno 6, secondo il ‘tassista abusivo' – al vaglio della Procura di Napoli Nord.

Prostituzione in motel / foto di archivio
in foto: Prostituzione in motel / foto di archivio

Le testimonianze delle donne

Le testimonianze delle donne sono drammatiche. «Hanno (i carabinieri ndr.) aperto la porta, hanno cominciato a guardare tutta la casa, hanno cercato nei miei vestiti, nella mia agenda e si sono presi dei soldi a me e alla mia amica, rubarono tutti i nostri soldi per vivere in Italia». «Il giorno dopo uno di loro è tornato dicendo che voleva stare con me perché voleva avere rapporti sessuali con me, mi ha dato 50 euro, non volevo perché queste tre persone mi hanno derubata […] Uno di loro mi ha detto in tono forte e rude: ‘Se voglio ti mando a casa tua in barca».

Un'altra donna racconta che dopo la ‘visita' delle tre divise è rimasta sotto choc: «Per paura lasciavo la casa per 30 giorni; sono rimasta provata da questo fatto e non riuscivo a dormire la notte, ho anche attacchi di ansia e crisi respiratorie, sto perdendo i capelli per stress».

L'incartamento ha sortito inizialmente come unico risultato il silenzio. Ma non è stato certo messo in un cassetto. Il silenzio  era dovuto, non solo per la gravità dei fatti narrati – che necessitavano non d'uno ma di molteplici riscontri  – ma anche per la delicatezza di una vicenda che rischia oggi di gettare fango su tutto l'apparato delle forze dell'ordine operanti in quel vasto territorio del Napoletano.

Ora però il bubbone è esploso. Il Giuglianese è un'area di sabbie mobili nelle quali a volte è difficile distinguere ‘o buono e ‘o malamente. Forse è il caso di ribadire quanto prima e con estrema durezza questa distinzione. Ne va del rispetto verso le istituzioni. E della fiducia nei confronti di chi veste quotidianamente una divisa e in nome della legge opera da decenni in trincea, con spirito di sacrificio e senza guardare in faccia a nessuno.