Quando entrano Alessia, Lucia e Alessandro sorridono, anche se la faccia è stanca. Indossano ancora il camice dell'Ospedale dei Colli, hanno appena lasciato il reparto del Cotugno, a Napoli, dove curano pazienti affetti dal Covid 19. Sono giovanissimi, 26,24, 21 e tutti alla prima grande emergenza sanitaria. Fanno parte di quella squadra sempre più folta di giovani a cui è chiesto di dare una mano, di "avere coraggio", come spiega Alessia. Lavoravano altrove, studiavano,  prima che la loro vita cambiasse.

«Il primo giorno di lavoro è stato un mix di emozioni. C'era la paura di un virus che non conosci fino in fondo, quindi è una scoperta giorno per giorno», spiega Lucia infermiera che si è laureata nel 2016. Lavorare in corsia, oggi, è più difficile. «Vedo pazienti sofferenti che non capiscono bene la situazione che stiamo vivendo, racconta Alessandro, e loro sono ovviamente isolati quindi dall'altra parte della porta, ci guardano un po' con questa aria da "cosa facciamo?"» È difficile combattere un virus le cui leggi si stanno scrivendo, ma la strada da seguire è sempre la stessa: Ricordare che chi è dall'altra parte del vetro è aggrappato a una speranza, piccola, di un miglioramento. «Stare tutti questi giorni isolati, dentro a una stanza, da solo, senza poter vedere la tua famiglia senza poter stare tra le tue cose, senza nulla, vieni privato di tutto e l'unico contatto che hai sono io, racconta Lucia, un perfetto sconosciuto che vengo a farti le cure di routine. Quindi al massimo quello che possiamo fare è una parola di conforto, un sorriso, cercare di tranquillizzare è importantissima, se la mente non è tranquilla e sana, anche il corpo fatica a stabilizzarsi».

La battaglia che si combatte è difficile, perché il Coronavirus costringe a ridisegnare abitudini e perdere quasi ogni forma di umanità. La distanza di almeno un metro, senza toccarsi, nei reparti del Cotugno diventano regole ancora più dure, perché medici e infermieri sono separati dal mondo da tute e misure di sicurezza altissime. «In reparto l'altro giorno è arrivato un pacco che bisognava portare in stanza di un paziente, di uno degli ammalati, e sul pacco c'era questo bigliettino con la scritta "tvb" (ti voglio bene ndr). Immagino che fosse di un familiare magari di una bambina che era a casa, una bambina, un bambino piccolo, si capiva dalla scrittura e quindi è stata una cosa che un po' mi ha fatto pensare, dietro quella porta ci sono delle vite, delle famiglie che aspettano lì con ansia dei risultati e questi risultati li dobbiamo portare noi».

Quando hanno scelto di diventare infermieri e Oss lo hanno fatto consapevolmente. Ma questo non basta ad arginare la paura, costante, soprattutto per la loro famiglia. «Ho più paura quando torno a casa, ci sono giorni in cui vorrei non tornare, perché so che li espongo. Io ho scelto questo lavoro, ero consapevole quando ho scelto questo lavoro, quando ho fatto questa scelta che, certo non ti aspetti che fai l'infermiera e ti becchi il Covid 19, però eri consapevole, chi sta a casa non ha scelto di rischiare. Ho paura anche quando entro nella macchina, che poi lì ci deve entrare mia mamma, mia zia, mio fratello e ho paura quando entro a casa con le scarpe, ho paura del giubbino e però…lo voglio fare». Mentre raccontano la loro storia, pensano già al prossimo turno. Nonostante la giovane età sanno perfettamente cosa stanno facendo: «Abbiamo paura, ma è il destino che abbiamo scelto. Facciamo solo il nostro lavoro, non chiamateci eroi».