Riceviamo e volentieri pubblichiamo, la lettera di Paolo Cesiano alla redazione del telegiornale di La7 diretto da Enrico Mentana. L'argomento è il contestatissimo servizio da Napoli che ha interpellato i residenti del quartiere Vomero sulla faida in corso al rione Sanità, nel centro storico dopo l'omicidio di Genny Cesarano.


Sono anch'io un vomerese, anche se definirmi tale mi suona molto strano, in quanto ritengo di essere semplicemente napoletano,e sono rimasto negativamente colpito (per non dire arrabbiato) dalla qualità del vostro servizio. Mi sarebbe piaciuto vedere, da parte di quello che ritengo il migliore Tg oggi a disposizione dei telespettatori italiani, interviste a napoletani di tutti i quartieri ed un'analisi oggettiva della realtà. Invece sono rimasto per l'ennesima volta deluso nel notare la miopia e forse i pregiudizi di giornalisti che magari a Napoli era la prima volta che venivano. Mi prendo il disturbo di scrivervi quanto segue non per stupido campanilismo o per congetture riguardanti un inutile revisionismo storico, ma semplicemente perché mi piacerebbe una giusta critica alla città assolutamente dovuta e necessaria.

Finché continueremo a permettere che a parlare di Napoli siano giornalisti che non conoscono la realtà della città o "cittadini vomeresi" che amano vivere nel loro guscio e che non escono dal proprio quartiere non capiremo mai i problemi di Napoli e conseguentemente non troveremo mai alcuna soluzione. Come la maggior parte dei napoletani, e persino dei vomeresi, non amo passare la mia esistenza relegato in un confine di qualche km quadrato, così volente o nolente mi è capitato di "avventurarmi" anche in altre zone della mia città, senza tra l'altro destare mai sconcerto ad alcuno. Ora, alla luce di questo mio peregrinare, assurdo per quei quattro vomeresi che avete intervistato, mi è capitato di girare in tutti i quartieri della città, anche reiteratamente, e addirittura di stringere amicizia con persone che vivono nelle zone più sventurate di Napoli. In questa mia esperienza e "pericolosa avventura", che vivo quotidianamente, mi sono interrogato molte volte su cosa non andasse e la mia curiosità è arrivata a tal punto da porre domande anche a chi in quei quartieri del centro e della periferia ci vive. Forse ho trovato la risposta sul perché le cose non vanno, ma suppongo che non molti di voi si siano posti questa domanda.

In questi quartieri non esiste lo stato: affermazione che avrete sicuramente sentito molteplici volte, come del resto è capitato anche a me, ma vi siete mai chiesti che cosa vuol dire mancanza dello stato? Siete mai stati in questi quartieri, girandoli, vivendoli, soffermandovi a qualcosa di più delle solite tre domande premasticate e rigurgitate a qualche sventurato passante? Vi voglio rispondere raccontandovi cosa succede quotidianamente: l'altra sera ero a casa di amici di Secondigliano (periferia nord di Napoli, vicino Scampia per capirci) e mi hanno raccontato una cosa a cui ho avuto difficoltà a credere: per andare al liceo dovevano sopportare ogni giorno un viaggio di un'ora, e questo se il superaffollato e traballante pullman faceva la grazia di passare, questo perché nel loro quartiere, come del resto nella Sanità, a Soccavo, al Rione Traiano ed in tante altre zone non c'è nemmeno un liceo ed a mancare sono anche biblioteche, giardinetti, cinema, teatri. In quei quartieri c'è solo squallore e povertà e la cosa più triste è che la maggior parte di queste zone, come ad esempio la Sanità, sono state trasformate e ridotte così non solo perché ogni anno vengono destinati sempre meno fondi a queste realtà, ma soprattutto a causa della stessa miopia che investe i giornalisti italiani.

Così quartieri ricchi di cultura e di vitalità oggi stanno morendo e se non cominceremo tutti a cercare di comprenderne la ragione, senza soffermarci su inutili giudizi, la morte sarà inevitabile ed il danno non riguarderà solo noi napoletani, ma tutti gli italiani. Vi lascio con questa riflessione, sperando che anche grazie al vostro aiuto si faccia reale luce sui problemi di Napoli: se a nascere in quelle zone eravamo noi, chi saremmo stati oggi? Avremmo avuto la forza di uscire da quelle realtà? Come e con quali strumenti?"