Il dialetto napoletano è antichissimo: le sue origini si perdono nelle antiche parlate osche e nella commistione che queste, nei secoli, subirono dal greco e dal latino. Quella che secondo alcuni è una vera e propria “lingua” viva, è ricca di vivaci e curiosi legami con il carattere multiculturale della città: c’è ancora tanto di arabo, spagnolo e francese nel modo in cui ancora oggi i napoletani parlano. Ma c’è anche tutto un altro mondo fatto di luoghi che non ci sono più e di usanze dimenticate che attualmente è quasi scomparso, insieme alle parole che lo raccontavano: come nel caso del “milosciuòccolo”, della “fratanza” e della “macriata”.

O’ milosciuòccolo: una Napoli che non c’è più

Provate a camminare per i vicoli del centro storico di Napoli, e a chiedere agli ormai pochi abitanti autoctoni dove potete trovare un “milosciuòccolo”. Qualche anziana signora probabilmente vi correggerà, indicandovi la strada per raggiungere uno dei vicoli più antichi del quartiere: inconsapevolmente vi avrà indicato la strada giusta. Questa misteriosa parola infatti indicava, un tempo, un tipo di albero molto diffuso che cresceva anche in città: è proprio da questo che vico Melofioccolo e l’omonimo palazzo che sorge nei pressi di via Sedile di Porto, prendono il nome.

Come si sia giunti al termine attuale è poco chiaro, ma andando a scavare nella storia di questa straordinaria lingua ci si ritrova improvvisamente catapultati nel XVI secolo, ai tempi di Giambattista Basile, quando queste piante (molto probabilmente simili agli olmi) crescevano rigogliose fra i palazzi e le stradine della città. Ed è proprio a Basile e alla sua opera più famosa, “Lo cunto de li cunti”, che dobbiamo la memoria di questo curioso termine: lo scrittore fu anche il primo ad utilizzarlo come metafora per “qualcosa di impossibile”, tanto quanto poteva esserlo il tentare di “nzertare o’ milosciuoccolo”, ovvero il cercare di unire tramite la procedura dell’innesto questo particolarissimo albero, unico nel suo genere, ad altri.

La “fratanza”, un sentimento profondo che viene dal greco

A Napoli non è necessario essere figli della stessa madre per definirsi fratelli: le circostanze, troppo spesso miserabili, hanno concesso al popolo di conoscere e rendere universale il sentimento di fratellanza che, anticamente, era chiamato “fratanza”. Una parola che però nulla ha a che fare con la consanguineità o l’affetto: per scoprirlo, è necessario tornare indietro di secoli, alla Napoli greca. All’epoca la città era organizzata in “fratrie”, ovvero in gruppi di famiglie unite, politicamente e religiosamente, sotto la protezione di una divinità comune. Una forma molto forte di appartenenza e identità, che proprio per il fatto di non essere basata sul legame incontestabile del sangue, risultava ancora più forte e sacra: una vera e propria alleanza, indispensabile ed inviolabile proprio perché basata sulla fiducia reciproca.

La “macriata”: l’antica giustizia contro i “cornuti”

Si sa, Napoli ha sempre avuto a cuore il triste destino dei cornuti. Ma questo legame (molto spesso scaramantico) nei confronti degli sfortunati amanti non ha sempre avuto risvolti positivi. Era in uso, nei tempi antichi, utilizzare la “macriata” per palesare l’infedeltà ad una delle due parti, talvolta a costo di conseguenze sanguinose: si chiamava così infatti, un particolare tipo di tintura rossa che i più audaci osavano mettere sulla porta delle coppie colpite da questa “sventura”, per umiliarle pubblicamente.

La “macra” in latino indicava un tipo di rosso molto scuro, simile al sangue: fu forse questa analogia a spingere gli abitanti della città, ai tempi del vicereame, a trasformare la macriata in uno strumento di denuncia e lotta sociale. Non solo i poveri “cornuti” nel senso più stretto della definizione, ma anche quelli che il popolo definiva tali in forza dei loro privilegi nobiliari conquistati senza il sudore della fronte, venivano marchiati ed umiliati. Una pratica che scatenò non pochi disordini, tanto da indurre don Pedro di Toledo a vietarla, mettendola fuori legge.