La vita di Matilde Sorrentino, la mamma coraggio di Torre Annunziata uccisa per aver denunciato i pedofili, fu pagata 50mila euro. Questa la ricompensa per cui il killer Alfredo Gallo, accettò di ammazzare a colpi di pistola la donna che aveva osato denunciare Francesco Tamarisco, esponente di spicco della camorra torrese che per vendetta ordinerà la morte della donna, per aver abusato sessualmente di suo figlio e altri bambini del rione Poverelli. È quanto emerge dalla testimonianza di Giuseppe Sentiero, collaboratore di giustizia e testimone nell'ambito del processo al mandante dell'omicidio avvenuto il 26 marzo 2004 al Parco Trento di Torre Annunziata.Il delitto andò in scena  poche ore dopo l'assassinio della 14enne Annalisa Durante, nello stabile in via Melito a Torre Annunziata. Matilde aprì la porta al suo assassino e fu sorpresa da due colpi al volto e al petto. Il suo killer, intanto, fuggì per le scale del condominio, mentre Matilde giaceva sanguinante sulla porta.

Tutto era cominciato sette anni prima, nel cosiddetto rione Poverelli, dove il piccolo Salvatore e altri bimbi della scuola elementare di via Isonzo cominciarono a manifestare segnali allarmanti. Problemi di apprendimento, aggressività, ansia fin quando con il paziente interventi di esperti, non riuscirono a far dir loro cosa succedeva nel buio sottoscala del plesso scolastico, dove i bimbi venivano abusati, incatenati, umiliati. Fu Matilde Sorrentino a guidare l'armata della mamme coraggio. Al suo fianco Bianca e Pina, altre due mamme, denunciarono i crimini del Poverelli.

Sul banco degli imputati finì Francesco Tamarisco, ritenuto dai magistrati capo del clan camorristico dei ‘Nardielli'. Assolto per i crimini commessi sui bambini, Tamarisco ordinerà, secondo le ipotesi dell'accusa, l'omicidio di Matilde, in cambio di 50mila euro di compenso. Alfredo Gallo, 27 anni, esecutore materiale verrà arrestato immediatamente e condannato all'ergastolo. Per Tamarisco, invece, il processo si sta celebrando oggi sulla base di importanti informazioni fornite dai collaboratori di giustizia, tra cui Vincenzo Saurro, ex affiliato del clan Gionta: "Per sua fortuna fu arrestato – dice di Alfredo di Gallo – altrimenti il clan l'avrebbe ucciso. Un omicidio di questo genere non si compie".