«Iscrizione nelle liste di leva dei giovani nati nell'anno 2003»: l’avviso è sul sito del Comune di Napoli, ma non è altro che un adempimento burocratico. Eppure, se è stata necessaria un’ulteriore comunicazione per rassicurare i cittadini, qualche preoccupazione tra ragazzi e genitori deve essere sorta.

Non ci saranno chiamate alle armi: è comunque il caso di educare i ragazzi al coraggio e alla virtù, caratteristiche che, più che nell’esercito, vanno cercate in chi a suo tempo rifiutò la leva militare. Uno di costoro, il primo che obiettò per ragioni ideali, fu Pietro Pinna e proprio a Napoli visse il paradosso del sistema militare.

Classe 1927, Pinna ha poco più di vent’anni quando viene chiamato per il servizio di leva: ritiene però che l’addestramento nell’esercito sia "servizio dell’uccisione militare", un contributo alla preparazione delle guerre, a cui lui non intende collaborare. Durante il corso di formazione spiega i suoi convincimenti ai superiori e, quando viene chiamato a Casale Monferrato per l’addestramento, si presenta in caserma dichiarando il fermo proposito di non prendere le armi. Risultato? Incriminato per disobbedienza continuata, viene processato davanti al tribunale militare di Torino, dove continua a sostenere la sua obiezione di coscienza: i giornali dell’epoca scriveranno che Pinna viene anche "sottoposto a perizia medica, che lo dichiara normale, ma dedito allo studio di problemi che sono più grandi di lui".

Viene condannato, ma, al di là della pena, il ragazzo è ancora obbligato al servizio militare e viene inviato a un’altra caserma, dove ribadisce la sua obiezione di coscienza. Altra incriminazione, altro processo, altra condanna: viene recluso a Napoli, nella prigione militare di Sant’Elmo, sul colle di San Martino che sovrasta la città. Tanta è la sua convinzione che quando, per l’inizio del 1950, viene previsto un condono, dichiara di rinunciare al beneficio, anche se la procura militare lo obbligherà poi comunque alla libertà, o, meglio, alla fine del periodo in carcere e all’invio a un’altra caserma, per il servizio militare. Lo mandano in Puglia, dove ancora una volta dichiara ai superiori la sua obiezione di coscienza. Poi se ne va, torna a Napoli e bussa alle porte della prigione a San Martino.

La vicenda potrebbe andare avanti per anni, in un circuito infinito con l’obiettore che oscilla dalla caserma al carcere e dal carcere alla caserma. Finisce invece con Pietro Pinna riformato per nevrosi cardiaca, una soluzione che lo dispensa dal dovere di servizio e cerca di riportare il silenzio su una questione che nel frattempo aveva avuto un’enorme risonanza.

Quello di Pietro Pinna, e degli altri obiettori di coscienza dopo di lui, fu un netto rifiuto di collaborare alla guerra, e certo non per paura: Pinna si propose perfino come volontario civile per la bonifica di terreni minati.

Mi si dice che il dovere di ogni cittadino è innanzitutto quello di servire la patria, ma io non mi sogno neppur lontanamente di rifiutarmi a questo. Chiedo soltanto che la patria realizzi un servizio in cui i suoi figli non siano costretti a tradire i principi della loro coscienza di uomini.

Il suo sacrificio personale contribuì ad affermare che il dovere di difesa, solennemente sancito anche dalla Costituzione italiana, deve poter essere adempiuto anche senza inquadramento nell’esercito, uso di armi e legittimazione della violenza: il servizio civile, alternativo alla leva militare, nascerà proprio grazie al dibattito pubblico e parlamentare sull'obiezione di coscienza di tanti ragazzi che non intendevano partecipare alla preparazione, anche solo teorica, delle guerre e che erano pronti a pagare di persona le conseguenze della propria scelta.

Quindi cari genitori e cari ragazzi preoccupati dall’iscrizione burocratica alla leva, considerate le vostre paure e ringraziate chi, con coraggio, intransigenza e sacrificio personale, ha permesso che i giovani potessero scegliere di non usare violenza, di non inserirsi nel sistema militare di preparazione della guerra.