"Donne rinchiuse nelle case, uscite, fate sentire la vostra voce, siamo tutte Norina". Dallo sparuto corteo in piazza di Nocera, in una Secondigliano buia con le finestre chiuse, è partita la chiamata alle donne del quartiere a partecipare alla fiaccolata per Norina Matuozzo, la mamma di due bimbi uccisa a colpi di pistola a 33 anni dal marito Salvatore Tamburrino. Le finestre sono rimaste chiuse, chi osservava la manifestazione ha continuato a tenersi ai margini, a distanza di sicurezza dalla manciata di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di manifestare chiedendo giustizia per la vittima, ma soprattutto una pena dura per il carnefice. Che non è uno qualunque.

Salvatore Tamburrino è stato definito dalle cronache giudiziarie ‘fedelissimo del clan di Lauro' e sempre per la cronaca, secondo indiscrezioni, ha fatto arrestare il superlatitante, Marco di Lauro, figlio del boss Paolo, in cambio di un trattamento più morbido per l'omicidio della moglie.  Tamburrino, che a voler parlare come si sente in ‘Gomorra', si è ‘venduto' il figlio del boss, ora ha concluso un accordo con la Giustizia in cambio della sua collaborazione sui misfatti commessi dalla camorra. Un accordo che per i figli di Norina ha comportato il trasferimento, con i nonni, in una località protetta, lontano dalle abitudini e dagli affetti, ma che per Tamburrino darà sicuramente i suoi frutti dal punto di vista del trattamento penitenziario.

Quindi funziona così per uno che aveva sempre vissuto ai limiti della legalità. Basta uccidere la moglie e consegnare l'ultimo figlio di un clan decaduto per negoziare la propria posizione con la giustizia. È lecito, certo, ma non è di consolazione per una famiglia che ha perduto una sorella e una figlia. Estranea – lei – alle attività criminali del marito che l'ha ammazzata per motivi ‘passionali' e non nell'ambito di una vendetta camorristica, ma fa poca differenza per il popolino di periferia. Anzi, proprio in quanto affare ‘privato', nella mentalità di Secondigliano, l'esecuzione di Norina non deve essere commentata, guai a chi mette il naso nei matrimoni dei camorristi. Se lui l'ha voluta uccidere sono fatti suoi, era sua moglie, mica di altri. Per questo l'invito a scendere in piazza per chi si nasconde dietro le finestre delle case di Secondigliano è inutile. Non è tanto paura, quanto imbarazzo, pudore unito a una certa dose di menefreghismo di chi vive la violenza di genere come un fatto privato, ancor più nei feudi camorristici.

Presenti all'appello di ieri, però, c'erano le associazioni Non una di Meno Napoli, Forti Guerriere, e a testimoniare il loro impegno e la loro solidarietà, anche l'assessore municipale Carmela Sermino e Antonealla Leardi, anche lei vittima collaterale. Per tutto il resto del quartiere è valso il coprifuoco e non c'è stato neanche bisogno che fosse la camorra a dettarlo. È stato un riflesso, perché quando si ammazza un innocente in territori come questo, bisogna tirare le tende e farsi i fatti propri. Solo così si può sopravvivere. O no?