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5 Aprile 2019
18:30

Resti umani trovati in un terreno ad Arzano: sarebbe il corpo di Antonino d’Andò

Il corpo di un uomo è stato trovato in un terreno incolto ad Arzano, in provincia di Napoli. Le forze dell’ordine guidate dagli imputati per l’omicidio di Antonino Andò, scomparso nel nulla nel 2011: si tratterebbe dei resti del luogotenente di Carmine Amato, ammazzato dai Pagano e fatto sparire come affronto a un affiliato che non accettava la nuova leadership del clan.
A cura di Nico Falco
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Dei resti umani sono stati rinvenuti nel primo pomeriggio di oggi, 5 aprile, in via Del Re, ad Arzano, in provincia di Napoli. Si tratterebbe di quello che rimane di Antonino d'Andò, ucciso nel 2011 in un agguato di camorra e il cui corpo non era stato mai ritrovato. La scoperta è stata effettuata in seguito alla confessione in aula dei killer, con un sopralluogo coordinato dai pm Maurizio De Marco e Vincenza Marra. In mattinata la polizia giudiziaria aveva portato ad Arzano Emanuele Baiano, Mario Ferraiuolo, Giosuè Belgiorno e Ciro Scognamiglio, ritenuti legati agli Scissionisti di Scampia, imputati proprio per l'omicidio di d'Andò e per aver nascosto il corpo. Il 23 marzo scorso, durante il processo, avevano ammesso gli addebiti e avevano detto di essere in grado di condurre le forze dell'ordine nel punto in cui il cadavere era stato seppellito, in una campagna dell'hinterland napoletano. Le dichiarazioni avevano comportato il rinvio del processo di camorra a maggio, per consentire le operazioni di recupero della salma.

Antonino d'Andò era scomparso il 22 febbraio 2011, mentre il sodalizio degli Scissionisti di Scampia stava affrontando uno scontro interno. Era ritenuto uno dei luogotenenti di Carmine Amato, l'erede del capoclan Raffaele Amato. D'Andò venne convocato in uno dei covi col pretesto di una riunione, ma in realtà si trattava di una trappola; fu ucciso e il suo corpo venne sepolto in un terreno incolto in provincia di Napoli. La scelta di non far ritrovare il corpo non fu dettata dalla volontà di nascondere l'omicidio, ma si trattò di un affronto: era la ritorsione contro un affiliato degli Amato che si era opposto alla nuova leadership della consorteria, a quell'epoca guidata da Mariano Riccio.

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