scontri_studenti_napoli_nov_2015

Chi scende in piazza sa a cosa va incontro. In Italia chi scende in piazza ha imparato a sue spese (vedi  Global Forum 2001 di Napoli e poi G8 di Genova) che ci si può trovare nel bel mezzo di una macelleria messicana solo per aver tenuto uno striscione in mano. Non è questa l'occasione, fortunatamente. Tuttavia i fatti di oggi, a Napoli, le cariche agli studenti che manifestavano contro la ‘Buona scuola' di Matteo Renzi, ci portano a discutere nuovamente di manganelli, cariche e botte da orbi, contro studenti medi in corteo, quindi contro manifestanti con età media tra i 16 e i 19-20 anni (considerando qualche ‘ripetente' e qualche fuori quota in piazza) che volevano arrivare sotto la sede dell'Unione Industriali di Napoli. Le immagini sono assolutamente sconcertanti.

La domanda è al questore di Napoli Guido Marino e al prefetto Gerarda Pantaleone: che bisogno c'era? Che bisogno c'era di menar botte quando un corteo di ragazzini lo si può facilmente accerchiare per evitare che venga a diretto contatto con le forze dell'ordine in prima linea? Che bisogno c'è, di far salire all'infinito la tensione sociale in una città assolutamente stanca, depressa, povera, priva di pulsioni e mortificata nello spirito e nell'identità? Qual è il messaggio che passa? Che gli studenti vengono considerati più pericolosi dei baby boss della ‘paranza dei bambini' che hanno insanguinato il centro e le periferie Napoli con le loro faide? Quel ragazzino coi denti spaccati, quello a terra con 5 agenti intorno che hanno imparato, oggi? Che è meglio farsi i fatti propri e non scendere in piazza? Oppure che è meglio picchiare per primo se proprio vuoi farlo? In entrambi i casi, due pessime lezioni.