Era tornato a casa per l'emergenza sanitaria in corso, perché le sue condizioni di salute non erano compatibili col regime carcerario vista l'epidemia di Covid-19. Ma gli arresti domiciliari sono durati poco per Giosuè Belgiorno, considerato elemento di spicco del clan Amato-Pagano e già condannato a 20 anni per omicidio: la Procura Generale della Corte di Appello di Napoli ha emesso il provvedimento che dispone la reclusione per quasi due anni, come residuo di pena per associazione per delinquere di stampo camorristico, che si aggiungono ai cinque già scontati in un carcere siciliano. Il giovane è stato trasferito nel carcere di Secondigliano.

Il 29enne era stato scarcerato ad aprile, è stato arrestato dai carabinieri della Tenenza di Arzano. Belgiorno, 29 anni, per gli inquirenti è un luogotenente del clan degli Scissionisti di Secondigliano, cartello criminale che diede il via alla Prima Faida di Scampia contro il clan Di Lauro; al termine della pena verrà sottoposto alla libertà vigilata, considerata la pericolosità sociale. È stato condannato per l'omicidio di Antonino D'Andò, uomo di fiducia del clan Amato, vittima di lupara bianca il 2 febbraio 2011. A quell'epoca il clan bifronte era guidato soltanto da Mariano Riccio, genero del boss detenuto Cesare Pagano, che fece prevalere la propria fazione su quella degli Amato facendo scoppiare una faida interna; D'Andò, che era legato proprio agli Amato, venne ucciso perché fu tra quelli che avevano messo in discussione il nuovo capo.

Il suo corpo scomparve nel nulla, è stato ritrovato soltanto il 5 aprile 2019 in una zona di campagna di via Del Re ad Arzano, in provincia di Napoli. A guidare gli investigatori, i tre uomini accusati dell'omicidio: Emanuele Baiano, Mario Ferraiuolo, Giosuè Belgiorno e Ciro Scognamiglio. A maggio sono stati condannati a 20 anni di carcere, insieme al boss Mariano Riccio.