Breve premessa. Questa rubrica si chiama R2 tra le altre cose perché chi la scrive utilizza mezzi pubblici e taxi per spostarsi in città. Ora, i fatti: ieri il Comune di Napoli ha inteso aumentare le tariffe dei tassì di giorno e di notte per «adeguarle alle altre città». Peccato che il capoluogo campano non abbia i trasporti pubblici di Milano, le corsie preferenziali di Roma, i vigili urbani di Torino. Insomma, qui salire su un taxi significa una cosa sola: pregare di non scucire 20 euro per percorrere – con gli stessi tempi di un autobus  tibetano – una breve tratta cittadina.

L'aumento tariffe, sarebbe ingenuo non farlo notare, da cronisti, arriva stranamente dopo il cambio di casacca del leader dei tassisti che, eletto con il centrodestra, è passato in Consiglio comunale con la maggioranza di Luigi De Magistris. Gli elettori del capo delle auto bianche saranno contenti? No, a leggere nei loro gruppi Facebook. Gli utenti sono contenti? Ovviamente no. Il taxi driver non è contento perché sa qual è la vera necessità di Napoli: liberare il traffico, le corsie preferenziali, ridurre i tempi di percorrenza in centro, in maniera da invogliare chiunque a salire in auto. E sbaragliare coi controlli la concorrenza di taxi abusivi, Noleggio con conducente (Ncc) bus scolastici impropriamente utilizzati, portieri di condomini che si offrono come improvvisati autisti.

A questo punto c'è una sola cosa che può far capire la portata dell'errore: favorire le altre offerte che oggi a Napoli non ci sono. Ci vuole, insomma, Uber, il servizio privato di trasporto via app sul cellulare. Uber a Napoli significherebbe una sola cosa: la concorrenza. Che porta sicuramente un vantaggio agli utenti, paranoie a parte.