In tv c'era la partita tra Barcellona e Juventus, uno dei match più importanti dell'anno. Raffaele Paolella, detto "‘o meccanico", era in un circolo ricreativo di Marcianise, davanti al televisore, quando arrivarono i sicari. Erano in due, uno aveva un fucile a canne mozze a pallettoni. Lo uccisero con 5 colpi. Per quell'agguato, risalente a 29 anni fa, sono stati oggi arrestati due di quel commando: si tratta di Vittorio Musone, detto "Mino", 68 anni, e Antonio Letizia, detto "Fifì", 50 anni, accusati il primo di avere fatto da autista e il secondo di avere scortato il killer, Salvatore Belforte, nel circolo. I due sono entrambi ritenuti affiliati storici al clan Belforte, l'omicidio si inquadrerebbe nella faida del gruppo camorristico casertano contro i rivali dei Piccolo.

L'agguato durante la semifinale di Coppa delle Coppe

L'omicidio, tra la gente, era avvenuto il 10 aprile 1991, durante la partita di calcio. Semifinale di Coppa delle Coppe, che si concluse con un punteggio di 3-1 per i catalani. I killer, arrivati in auto, entrarono in azione con delle calze di nylon sul viso e armati di fucile calibro 12 caricato a pallettoni. Paolella venne colpito da 5 colpi, prima al corpo e poi alla testa, morì all'istante. La svolta nelle indagini c'è stata solo negli ultimi anni, grazie anche alle dichiarazioni di alcuni testimoni di giustizia, che hanno permesso agli investigatori di inquadrare l'agguato nella faida tra i Belforte e i Piccolo per il controllo criminale tra Marcianise e le aree limitrofe, che insanguinò il Casertano tra la metà degli anni '80 e i primi anni del 2000.

Le nuove indagini, condotte dalla Squadra Mobile di Caserta e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia, hanno portato all'ordinanza, emessa il 26 novembre 2019 dal gip del Tribunale di Napoli ed eseguita oggi, 2 dicembre, dalla Polizia di Stato della Questura di Caserta nelle case circondariali di Parma e Sassari, dove sono detenuti per altro motivo Letizia e Musone; i due sono ritenuti gravemente indiziati di omicidio pluriaggravato in concorso.

Il depistaggio con la chiamata anonima

L'automobile usata per l'agguato, risultata rubata, fu rinvenuta completamente bruciata alcuni giorni dopo. Nell'abitacolo c'erano anche i resti del fucile usato per sparare, un Benelli calibro 12 a canne mozze. Le indagini si erano subito orientate verso il clan rivale, ma ci furono vari tentativi di depistaggio. Tra questi, una telefonata anonima alla redazione di un noto giornale locale, in cui un uomo, con un marcato accento sardo, attribuiva l'omicidio ai "Nuovi Nuclei Armati Casertani", come punizione "per chi aiuti l'infame quaqquerone", ovvero il soprannome con cui venivano identificati gli affiliati al clan Piccolo.

Raffaele Paolella ucciso da Salvatore Belforte per vendetta

Salvatore Belforte
in foto: Salvatore Belforte

Un ruolo di primo piano fu svolto da Salvatore Belforte, fratello di Domenico Belforte, non raggiunto da provvedimento in quanto l'omicidio è stato ricostruito anche sulla base di sue dichiarazioni, anche autoaccusatorie, rese come collaboratore di giustizia. Belforte, ideatore ed esecutore materiale del delitto, ha spiegato che l'omicidio era stato deciso come vendetta per la morte di Giovanni Ruocchio, del clan Belforte, ucciso nel gennaio 1987 dal clan Piccolo in un agguato a cui aveva partecipato anche Paolella come specchiettista.

L'agguato era stato ritardato dall'arresto di Salvatore Belforte, che era rimasto in carcere fino al 1990. Appena scarcerato, aveva ripreso la pianificazione e, il 10 aprile 1991, ha imbracciato il fucile con cui è stato ucciso Paolella. Letizia, armato di pistola, lo aveva accompagnato nel circolo col compito di minacciare gli altri presenti ed evitare reazioni, mentre Musone, col compito di autista, aveva accompagnato i sicari e li aveva portati lontano subito dopo l'omicidio.