in foto: Tiziana Cantone

Ora che il peggio è accaduto e che il revenge porn – così si chiama la categoria dei video hard messi sul web a mo' di scherno o di vendetta contro l'ex partner – ha raggiunto il massimo dell'orrore, ovvero la morte della protagonista, ora che il nome di Tiziana Cantone non è più solo associato a quei video che dovevano restare nell'intimità di chi li aveva girati e non finire su internet, ma a una storia di morte che prima o poi dovrà avere dei responsabili, è giusto ricapitolare una vicenda che dall'aprile 2015 ha passeggiato nel sottobosco più cupo del web, volando "veloce di bocca in bocca" senza controllo né tutela alcuna della privacy della protagonista.

Tiziana, trasformata in vittima, sepolta da pagine Facebook, umiliata da titoli Seo, perfino dalla vendita di t-shirt, tazze, adesivi e chi più ne ha, ne metta. Non ultimo come aspetto,  vittima di quel fenomeno mediatico definito come effetto Streisand che scatta nel momento in cui si cerca di rimuovere una informazione, una foto o un video dal web quando ancora è altissimo il volume di ricerca (dunque la ‘fame' di notizia) producendo invece l'effetto opposto, ovvero un proliferare di copie del video o del testo che si sarebbe voluto far sparire per sempre.

La storia dei 6 video di Tiziana Cantone.

Classe 1983 (a quanto dicono gli atti), diplomata al liceo classico, di buona famiglia, residente in un comune dell'hinterland nord di Napoli, Tiziana Cantone nell'aprile 2015 «volontariamente e in piena coscienza» (i virgolettati sono presi dagli atti giudiziari che costituiscono la denuncia contro l'illecita diffusione dei video) fu ripresa in un totale di 6 video in cui la si poteva vedere chiaramente far sesso con uomini. In alcuni filmati con un singolo, risultato poi essere un napoletano, in altri con due uomini. I video furono inviati a due fratelli residenti in Romagna, a un utente di Facebook di cui è noto soltanto il "nickname" e a un altro uomo. È il 25 aprile 2015 quando su un portale hard viene caricato uno dei filmati. Passano tre giorni ed ecco spuntare gli altri. Il web, letteralmente, impazzisce: i video vengono condivisi via Whatsapp poiché i social network non consentono la pubblicazione di materiale hard ‘in chiaro'. Ma complice un morboso tam-tam il nome della donna, la sua storia personale, le sue amicizie, i suoi amori presenti e passati, vengono resi noti alla velocità della luce.

Qualche sito internet pubblica anche i particolari più intimi della giovane, rendendola riconoscibilissima ad amici e parenti. In particolare nel mirino finisce la frase pronunciata durante le effusioni "Stai facendo un video? Bravo" che diventa un ‘meme'. Impossibile fermare un processo del genere, con migliaia di immagini prodotte che viaggiano sui social network. Per Tiziana Cantone è l'inizio della fine.

Le denunce di Tiziana Cantone contro i diffusori dei video hard.

La giovane, nella denuncia affidata all'avvocato Fabio Foglia Manzillo, mette nero su bianco una situazione drammatica: ha tentato il suicidio per coprire l'onta della vergogna rispetto a filmati che sarebbero dovuti rimanere nella sfera intima e privata e invece sono stati gettati in pasto al web. «È depressa e ha istinti suicidi», ha «tentato di buttarsi giù dal balcone». E ancora: «Piange continuamente, soffre di attacchi di panico, non può più uscire liberamente di casa», si legge negli atti. Il tribunale di Napoli Nord dapprima mette nel mirino i materiale diffusori dei video, poi i siti hard e  di recente si è occupato di imporre ai colossi del web, Facebook (per le pagine web col suo nome e cognome e foto); Google (per i numerosissimi siti e articoli); Youtube (ovviamente per i video col suo nome) la cancellazione. Ma i tempi della giustizia sono troppo lenti rispetto all'esponenziale riprodursi, virale, appunto, di immagini e video. Così Tiziana Cantone ha deciso di farla finita per davvero, impiccandosi in casa sua. Aveva tentato di rifarsi una vita, addirittura aveva ottenuto il via libera dal Tribunale per cambiare nome. Ma la vergogna è stata impossibile da cancellare.

Ora resta da capire come si muoverà il Tribunale: è possibile – ma questa al momento è soltanto una pura ipotesi – che venga aperta una inchiesta per induzione al suicidio e che vengano coinvolti coloro che materialmente resero noti i filmati in un eccesso violentissimo di spacconeria e prepotenza costata la vita a una ragazza di 31 anni.