L’ultimo messaggio mafioso lo affidò a un pizzino scritto in un italiano traballante, ma dall’effetto minatorio impressionante, qualche mese prima di essere arrestato a Krosno, in Polonia. “Io ho parlato con Gino e Gino mi ha riferito che qualcuno parla a ruota libera. Io sto 2000 k di li per stare tranquilo, invece non stò tranquilo. Perciò chiunque essi siano loro non devono più parlare di me perché se mi succede qualcosa qui o pure mi devo spostare per colpa loro, io vengo lì e tu mi aiuterai a farlo tacere per sempre”. È l’ultima minaccia di morte fatta da Francesco “Cicciariello” Schiavone, cugino e omonimo di uno dei capi del cartello dei Casalesi, apripista degli investimenti in Romania dove aveva vissuto, da latitante, per oltre due anni. È datata 2004, affidata a un ragazzo rumeno (Iulian Manole) che da Barlad (dove Schiavone aveva le sue aziende agricole e bufaline) era andato a consegnarla a mano a un emissario che viveva in Germania. Condannato all’ergastolo, al 41 bis da quattordici anni, Cicciariello non parla e non scrive più. Legge: da Gomorra ai manuali per l’allevamento delle bufale fino ai trattati di storia medievale. Dice di essersi dissociato.

Michele Zagaria invece parla, parla a ruota libera: con le sorelle e le cognate durante i colloqui in carcere, con la polizia penitenziaria, con i giudici che lo stanno processando. Qualche volta straparla e minaccia. Qualche altra volta rintuzza i testimoni e distribuisce pagelle di attendibilità, disegnando una sorta di geografia degli affetti e dei ruoli mafiosi. In un paio di occasioni ha simulato il suicidio. Di recente ha “scoperto” l’esistenza dell’Area speciale, quel settore delle carceri dove la sorveglianza è rafforzata. Quello destinato ai capimafia, per intenderci. Quello che ha ospitato gli stragisti Totò Riina e Bernardo Provenzano. A Michele Zagaria quel reparto non piace e protesta ogni volta che può.

L’arresto di Michele Zagaria nel 2011
in foto: L’arresto di Michele Zagaria nel 2011

Parla e straparla, dicevamo, ma non certo in chiaro. Quando aveva simulato il suo strangolamento con un filo del telefono, un paio di mesi fa, la Procura di Napoli aveva aperto un fascicolo per “valutare la rilevanza penale della condotta tenuta da Michele Zagaria e se il boss abbia tentato di inviare messaggi all’esterno in un codice mafioso”. Fascicolo che si è arricchito dei verbali di udienza di quasi tutto il processo per le minacce all’ex sindaco di Casapesenna, Giovanni Zara. E meno male che due anni fa aveva voluto precisare: “Le mie mani sono pulite, le potete vedere. Chi dice il contrario, dice solo stupidaggini  e sciocchezze. Sto scontando la mia pena qui dentro  con dignità”.

Ma un testo scritto che porta a Michele Zagaria c’è, eccome che c’è. E a distanza di sei anni dal suo ritrovamento non è stato ancora decifrato. È una paginetta spedita da Roma e intercettata nell’aprile del 2012 prima che gli venisse consegnata. Il capo dei Casalesi era stato arrestato da quattro mesi. Tutta in codice.

Chi è don Nicola che ha salutato dal loggione? Chi è la donna alla quale bisogna comprare la pelliccia? E il bar di Antonio? Si riferiscono ad Antonio Iovine? E le sfogliatelle calde? Si parla di tangenti o di incassi da riciclaggio? Poi la frase più inquietante: “Noi non dimentichiamo mai chi ci ha fatto del bene e chi ci ha fatto del male e la giustizia non ha tempo e luogo”. E il saluto: “Ti mando un abbraccio in ricordo di Santa Lucia, che sempre sia venerata e possiamo vivere nel suo ricordo per tutta l’eternità”.  C’è l’annuncio della vendetta, senza tempo e senza luogo, e c’è il richiamo all’unità del clan, al blitz di Santa Lucia, quando fu interrotto un summit di tutti i capi. Ma le parole sembrano tratte da testi sacri. Per esempio, era stato il cardinale Angelo Bagnasco a pronunciare, quattro mesi prima, quelle sulla giustizia. E ancora, il termine “venerata”, quello esatto riferito a un santo. Chi ha scritto quella lettera conosce, dunque, il linguaggio della Chiesa e legge le dichiarazioni di Bagnasco. È un religioso? Forse non lo sapremo mai.

L’ultima lettera dall’altro mondo è contenuta in una ordinanza di custodia cautelare notificata la settimana scorsa al fratello e al figlio di Augusto La Torre, capoclan collegato ai Casalesi, per metà collaboratore di giustizia, per metà eterno ricattatore. Pluriomicida sanguinario e spietato, è l’uomo che si è laureato in carcere in psicologia ma che ha minacciato di morte tutti i magistrati che non lo hanno assecondato: Raffaele Cantone, nelle cui mani si pentì ma che lo arrestò di nuovo dopo neppure un anno; Alessandro Milita; Alessandro D’Alessio. È un capolavoro di diplomazia criminale, apparentemente una lettera gentile e priva di contenuti minatori. Inizia con un “Egregio dottor Stefano Mele”, amministratore del villaggio di Pineta Prisconte che si affaccia sul canale dell’Agnena, al quale chiede delle condizioni di salute e poi un favore in nome della vecchia conoscenza. Vuole che assuma suo figlio Tiberio come guardiano. Meglio, come segretario/aiutante, con regolare contratto e busta paga, necessaria per ottenere un fido in banca. Poi specifica: “Ci tengo ad anticiparle che mio figlio non le creerò alcun problema, anzi, se lei lo dovesse preferire, potrà perfino evitare di recarsi al Bosco (Pineta Prisconte, ndr.), potendo lavorare da casa o tramite computer e telefono”.

E allora? È una educata richiesta di lavoro, non c’è che dire. Ma ci sono dei particolari che portano ad altra direzione. Il dottor Mele, per esempio, non si chiama Stefano e non ha mai conosciuto Augusto La Torre, in carcere da oltre vent’anni. E quando gli è stata consegnata la lettera si è spaventato a morte. Il boss, inoltre, sembra chiedere un lavoro ma in realtà vuole una busta paga e uno stipendio. A prescindere. D’altra parte, cosa se ne dovrebbe fare l’amministratore di un condominio di un segretario a tempo indeterminato? E in ultimo: a richiesta non esaudita è arrivata immediatamente la ritorsione. Ai condomini di Pineta Prisconte ha inviato una lettera nella quale chiedeva il pagamento di 25mila euro ciascuno. Un’altra lettera gentile.

L’epistolario di Augusto La Torre è oggi al centro di un contenzioso giudiziario tra gip di Napoli e Procura antimafia, che di recente ha chiuso le indagini a carico del boss di Mondragone: per il giudice non c’è rilevanza penale, per i magistrati della Dda quello scritto è la prova della sua mai interrotta attività estensiva. Anche perché, nelle ultime settimane, la vena artistica di La Torre si è rafforzata. Ha scritto un libro, di prossima pubblicazione. E ha rilasciato una lunghissima intervista a un sito web casertano: domande di poche righe, risposte prolisse nelle quali fa sfoggio di erudizione (è pur sempre laureato, che diamine!) citando filosofi, sociologi e psicologi, da Nietzsche a Proust, da Montesquieu a Farmer, per giustificare non si sa bene cosa. E citando pure magistrati, quelli di Procura, che lo hanno “ingiustamente” incriminato e fatto condannare, e bollati come “politicizzati”. Ne ha pure per qualche giornalista, “colpevole” di aver riportato le dichiarazioni dell’accusa, ovviamente “prezzolato”. Messaggi inquietanti, come la chiosa finale, un’altra citazione: “Io sono sconfitto momentaneamente, ma la forza delle cose lavora per me a lungo andare”. Gramsci non avrebbe apprezzato.