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I binari d’oro: perché le infrastrutture ferroviarie fanno gola alla camorra

In principio fu ‘Eureka’; già nel 1995, nella prima inchiesta sul clan dei Casalesi, emerse l’interesse della camorra sulle infrastrutture ferroviarie. Oggi, le perquisizioni nelle sedi di Rfi in cerca di atti che confermino la longa manus della malavita organizzata campana: i ‘binari d’oro’ fanno gola alla malavita organizzata.
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Immagine di repertorio
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In principio fu Eureka, società di costruzioni specializzata in appalti sotterranei, cioè tracce, scavi e movimento terra, al servizio di Anas, Sip ed Enel. Era una ditta piccola piccola, di proprietà dei fratelli Nicola e Vincenzo Schiavone, lontani parenti del capo dei Casalesi “Sandokan”. Il primo, consigliere comunale e anche assessore a Casal di Principe, democristiano ma, nel 1992, grande sostenitore dell’avvocato Alfonso Martucci, candidato nel partito liberale. Era diventata una ditta importante, scalzando anche i colossi vicini al clan Moccia, quando il boss era entrato in società di fatto. Ed ecco che, come per miracolo, erano arrivate le grandi commesse. Così, durante il processo Spartacus, la raccontò uno dei primi e più importanti collaboratori di giustizia, Dario De Simone: “Di queste persone io personalmente pure mi sono dovuto interessare con un imprenditore di Napoli, un certo Manto Nicola che lui aveva tutti questi lavori in provincia di Caserta per l'Anas e la Sip, insomma. Quest'imprenditore a noi ci dava dei soldi annualmente, però noi verificammo che i lavori erano abbastanza sostenuti ed i soldi che ci davano ritenemmo che erano pochi; questi soldi ci venivano dati tramite Orefice Antonio ad una persona del gruppo dei Moccia di Afragola, anche perché questo Manto Nicola era legato a doppio filo con un Moccia e decidemmo che o aumentava la cifra, perché fino a quel punto ci dava 60 milioni l'anno o 100, non ricordo bene, e noi chiedemmo una cifra molto superiore e lui disse che non era in grado di potere pagare e quindi che tutti i lavori che doveva fare in provincia di Caserta passarono automaticamente alla società Eureka di Schiavone Nicola”. Lontano cugino di “Sandokan” e compare di battesimo del suo primogenito, che pure si chiama Nicola, ergastolano e collaboratore di giustizia.

Francesco Schiavone "Sandokan"
Francesco Schiavone "Sandokan"

Al tempo della prima inchiesta sul clan dei Casalesi (gli arresti dell’operazione Spartacus risalgono al 5 dicembre 1995) Eureka aveva i suoi uffici al Centro direzionale di Napoli e a Roma. Dopo il processo, che vide assolto Nicola Schiavone e condannato a quattro anni Vincenzo (assolto in appello), la ditta lavorava prevalentemente per Anas ed Enel ma era già entrata nelle Ferrovie. Oggi, trascorso il tempo, dimenticate le vecchie questioni giudiziarie, ha cambiato nome ma non core business. Si è sdoppiata in Bcs e Imprefer, ha aperto i suoi uffici in viale Gramsci e piazza dei Martiri, il salotto buono di Napoli, conservando quelli romani. Lavora in prevalenza per le Ferrovie, anzi per Rfi, la società che gestisce l’intera rete ferroviaria italiana. Si è aggiudicata gli appalti per la costruzione delle reti delle stazioni di Contursi ed Avezzano ma anche altro ancora. Altro contenuto negli atti d’indagine dei carabinieri di Caserta che su delega della Dda di Napoli (i pm Antonello Ardituro e Graziella Arlomede) ieri hanno perquisito case, uffici e pertinenze dei due fratelli Schiavone ma anche di tre funzionari di Rfi: Massimo Iorani, romano, responsabile della Direzione centrale acquisti, vero e potentissimo dominus della società, reduce da una recente condanna per disastro colposo per il deragliamento di un treno a Imperia; Paolo Grassi, romano, dirigente della direzione produzione; Giuseppe Russo, napoletano, responsabile dell’ufficio manutenzioni di Napoli.

Il procedimento penale, che ha preso spunto dalle dichiarazioni di Nicola Schiavone (il figlio del capoclan), vede il dominus di Bcs e del consorzio Imprefer, e cioè l’altro Nicola Schiavone, indagato per associazione camorristica, corruzione, turbativa d’asta aggravata dal metodo mafioso. L’ipotesi di accusa, estesa anche al fratello Vincenzo e a loro collaboratori non ancora compiutamente identificati, è che gli imprenditori, attraverso sistemi di fittizia intestazione, controllino di fatto un cartello di imprese che operano nel settore della costruzione e della manutenzione delle reti ferroviarie. Gli investigatori ritengono che esista una rete corruttiva, di cui farebbero parte funzionari di Rfi, che manovrerebbe le procedure di gara in diversi distretti territoriali a vantaggio del cartello di imprese riconducibili alla camorra. L’inchiesta, in ogni caso, è ancora alle prime battute. Molto ci si aspetta dal materiale (cartaceo e informatico) sequestrato oggi durante le perquisizioni. Che nei prossimi giorni potrebbero essere estese ad altre società.

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Rosaria Capacchione, giornalista. Il suo lavoro di cronista giudiziaria e le inchieste sul clan dei Casalesi le sono costate minacce a causa delle quali è costretta a vivere sotto scorta. È stata senatrice della Repubblica e componente della Commissione parlamentare antimafia.
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