Doccia fredda sul Comune di Napoli. Dopo la Corte Costituzionale, anche la Sezione delle Autonomie della Corte dei Conti boccia la possibilità di spalmare i debiti su 30 anni: il cosiddetto “Salva Napoli”. Per i giudici contabili, i piani di rientro dai disavanzi vanno riassorbiti in non più di 10 anni, perché è incostituzionale far pesare i debiti sulle spalle delle future generazioni. Con questa decisione, Palazzo San Giacomo rischia il crac.

Ma spunta un piano di salvataggio in extremis. Il Consiglio di Presidenza della Corte dei Conti ha approvato una riforma di tutto il settore della crisi finanziaria degli enti locali. La "Risoluzione" è stata inviata al ministero dell'Economia e delle Finanze a fine marzo. Al vaglio l'ipotesi di un decreto legislativo per mettere ordine nel settore, ma è prevista una fase transitoria che potrebbe durare diversi anni per chi ha già in corso procedure di dissesto o pre-dissesto. Tra le novità, piani di rientro su 10 anni, prorogabili una sola volta al massimo di altri 5, la possibilità di commissariare il debito storico separandolo dal corrente. Previste anche misure deterrenti, come lo scioglimento dei consigli e l'interdizione per gli amministratori che fanno aumentare i disavanzi. La “Risoluzione” del Consiglio di Presidenza dovrà comunque passare per il Parlamento, prima di concretizzarsi in un decreto legislativo del Governo.

Intanto, la bocciatura della Sezione delle Autonomie sullo spalmadebiti in 30 anni è arrivata nell'adunanza del 12 aprile scorso a Roma. Nei prossimi giorni sarà depositata la delibera. La magistratura contabile è intervenuta per chiarire gli effetti di un'altra sentenza, la numero 18/2019 della Corte Costituzionale, come detto, che a febbraio aveva sollevato per prima l'illegittimità.

In particolare, per quanto riguarda i piani di riequilibrio già approvati dalle Sezioni regionali di controllo della Corte dei Conti, la Sezione Autonomie ha ritenuto che:

«gli effetti dei piani restino consolidati per gli esercizi già chiusi alla data di deposito della sentenza, mentre per il restante periodo debbano adeguarsi all’arco temporale decennale previsto dall’originario piano». Quindi, non ci sarà un effetto retroattivo sulle quote non recuperate. Mentre «i piani riformulati ancora in istruttoria, invece, devono essere adeguati alla disciplina attualmente vigente».

Il piano di riequilibrio di Napoli è stato riformulato a novembre dell'anno scorso e modificato ancora con una apposita delibera in occasione del bilancio di previsione 2019. Attualmente si trova in istruttoria presso il ministero dell'Interno. Mentre il caso di Napoli è in discussione anche presso la stessa Corte Costituzionale alla quale hanno fatto ricorso le Sezioni Riunite della Corte dei Conti, sospendendo la sentenza dei colleghi della Campania che a settembre aveva riscontrato un ulteriore disavanzo del Comune per oltre un miliardo, disponendo il blocco della spesa e minacciando lo scioglimento del consiglio.

In base all'ultima delibera della Sezione delle Autonomie è molto probabile che il Comune di Napoli dovrà modificare ancora una volta il piano di risanamento, tarandolo su 10 anni, invece che su 30. La conseguenza è che diminuendo il tempo a disposizione per recuperare il disavanzo, aumenterà la quota da riassorbire per ogni anno. Il Comune dovrà trovare centinaia di milioni di euro di entrate in più. E non sarà facile, considerato che finora non è mai riuscito a rispettare il piano, né con le dismissioni del patrimonio, né con la lotta all'evasione.

Il piano B per salvare (anche) Napoli

Sullo sfondo, però, spunta un Piano "B" per i Comuni. Napoli, che ha un debito monstre di 1,7 miliardi, infatti, non è l'unica città italiana in difficoltà. Ce ne sono tante altre, come ad esempio Reggio Calabria. La legge sul pre-dissesto introdotta nel 2012 in questi anni non ha dato i risultati sperati. Molti Comuni che vi hanno aderito non sono riusciti a rispettare i piani, sono stati costretti a modificarli, mentre i disavanzi invece di diminuire sono addirittura aumentati. Nel frattempo, le tasse sono rimaste al massimo, penalizzando ancora di più i cittadini.

Da qui, l'ipotesi di una riforma del Consiglio di Presidenza della Corte dei Conti, guidato da Angelo Buscema. La “Risoluzione”, che prende le mosse proprio dal caso Napoli, nasce dall'esigenza di aggiornare la normativa «alle più recenti riforme legislative e costituzionali», e si pone come obiettivi la tutela dei creditori e la garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep). Ma soprattutto viene posto l'accento sulla effettiva capacità dei Comuni di generare flussi di cassa. In pratica sugli incassi reali, piuttosto che sulle entrate presunte.

Cosa prevede? L'adozione entro un anno da parte del Governo di un decreto legislativo di riforma della crisi finanziaria degli enti locali. È prevista una fase transitoria per gli enti che hanno in corso procedure di dissesto o di pre-dissesto. Ulteriori correttivi, poi, potrebbero arrivare entro i primi due anni.

Con la riforma, le amministrazioni continuerebbero ad operare, mentre sarebbe commissariato (“segregato”) il bilancio in tre parti: in bonis, di liquidazione pubblica e per gli investimenti. Anche se alla fine si farebbe un unico rendiconto. La durata del piano di rientro viene fissata in 10 anni, prorogabili una sola volta per altri 5 «solo ed esclusivamente per eventi straordinari ed imprevedibili verificatisi in corso di gestione del piano di rientro».