Ha destato polemiche il protocollo d’intesa tra la Procura partenopea e il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria campana che recluterà detenuti come ausiliari a causa della carenza d’organico negli uffici giudiziari. Al centro del dibattito c’è la critica mossa da comitati e sindacati del settore giustizia secondo i quali le misure emergenziali da un alto tamponano e non risolvono i deficit cronici, dall’altro sviliscono la professionalità degli operatori giudiziari. A preoccupare è anche la questione sicurezza riguardante il delicato compito di trasportare fascicoli processuali cartacei. Con Fanpage.it il provveditore dell’amministrazione penitenziaria campana Antonio Fullone spiega il protocollo e risponde alle critiche.

Dottor Fullone, in cosa consiste questo protocollo?
È un accordo siglato per la promozione di progetti di lavoro di pubblica utilità. Trova il suo riferimento normativo nell’articolo 20 ter dell’ordinamento penitenziario, rinnovato dalle novità introdotte nel 2018 e che stimola l’amministrazione penitenziaria a sottoscrivere una serie di atti, di intese con enti statali, regioni, province, aziende sanitarie locali, organizzazioni di assistenza sociale, affinché le persone ristrette possano prestare la propria attività a titolo volontario e gratuito. Tutto ciò rientra nel concetto di riparazione, di restituzione sociale.

Cioè?
Il reato è la violazione delle regole di un patto sociale, la condanna deve essere un’occasione di recupero e non semplicemente punitiva. Il concetto di pena riparativo ricuce lo strappo che il singolo ha causato alla collettività. Il protocollo contribuisce ad una riparazione in questo senso. Non si tratta in Campania del primo protocollo di pubblica utilità e in Italia esistono altre esperienze di questo tipo negli uffici giudiziari, ma è una novità per la Procura di Napoli.

Da chi è partita l’iniziativa?
Partiamo dalla premessa che la valorizzazione della finalità rieducativa della pena è anche nelle linee guida del ministro della Giustizia per il 2020. Il procuratore capo Giovanni Melillo mi ha chiesto se si poteva ipotizzare questo tipo di attività per l’ufficio della Procura, coerentemente con l’idea di reinserimento e riparazione sociale. Io ho dato piena disponibilità e insieme abbiamo costruito e sottoscritto il protocollo.

Quanti detenuti verranno coinvolti nel progetto e per quanto tempo?
La convenzione ha una durata di due anni e prevede l’istituzione di una cabina di regia Procura-Provveditorato che seguirà l’evolversi del progetto e ne monitorerà l’andamento. Al momento sono previsti non più di 15 detenuti, cioè un numero massimo stabilito in base alle esigenze funzionali della Procura perché ovviamente i ristretti coinvolti non saranno lasciati soli, ma verranno coordinati da personale della Procura che ne guiderà le attività di ausiliari. Comunque cominceremo in via sperimentale con 4-5 unità, abbiamo necessità di partire con un numero più ridotto di persone che ci consenta una migliore gestione del programma.

Come avverranno le selezioni?
A regolamentare l’iter ci pensa l’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario, cioè sul lavoro all’esterno del carcere. È un po’ come la semilibertà, il detenuto esce la mattina e rientra il pomeriggio o alla fine delle attività nelle quali è impegnato. La selezione è ad opera esclusiva degli istituti in base al percorso trattamentale. Per adesso abbiamo preso in considerazione solo il carcere di Poggioreale e quello di Secondigliano, per una questione di prossimità all’ufficio giudiziario. Gli idonei saranno scelti tra i condannati a titolo definitivo che abbiano fine pena piuttosto brevi, intorno ai due anni, e che abbiano già fatto un percorso interno di una certa consistenza, quindi sperimentato i permessi premio e dato prova di affidabilità sul campo. Insomma il lavoro fuori da carcere sarà una misura ultima, prima della libertà, e perciò funzionale alla risocializzazione della persona ristretta. Saranno scartati, ovviamente, i reclusi per reati ostativi, di criminalità organizzata e di allarme sociale.

Ha detto che i detenuti lavoreranno a titolo volontario e gratuito.
Sì, la partecipazione è su base volontaria ed è previsto da parte dell’ufficio del Garante regionale dei detenuti un rimborso spese per assicurazione e buoni pasto.

Il protocollo ha provocato pesanti polemiche secondo le quali si continua a fronteggiare la carenza di personale giudiziario con interventi emergenziali e temporanei, come i progetti di lavoro di pubblica utilità per i detenuti, non ricorrendo a nuove assunzioni e svilendo la professionalità degli operatori giudiziari. Lei come risponde?
È vero nel protocollo c’è il riferimento della carenza di organico in Procura, ma proprio per sottolineare l’utilità della collaborazione dei detenuti. Non comprendo la presa di posizione di comitati e organizzazioni sindacali. L’impostazione della polemica è errata, perché l’iniziativa viene vista come una sorta di concorrenza al dipendente pubblico. Ma questi detenuti non vanno ad occupare posti nell’organico e quindi a sottrarre lavoro. È scritto chiaramente in un passo del protocollo: dall’attività prestata non potrà derivare la costituzione di alcun rapporto di lavoro né di natura subordinata né di carattere autonomo con l’amministrazione giustizia.

Si è parlato di due pesi e due misure, cioè da una parte si affidano fascicoli a detenuti, dall’altra un lavoratore giudiziario non può avere precedenti penali e se indagato viene sospeso dal servizio.
Ripeto, non c’è concorrenza con il dipendente pubblico, quindi anche il discorso dei requisiti di accesso viene a cadere perché sarebbero rivendicabili laddove si dovesse sostenere l’equiparazione. Non è questa la logica. I detenuti andranno ad occupare un settore privo di unità lavorative e saranno utili temporaneamente allo Stato. Si tratta di una detenzione utile.

Che significa detenzione utile?
Chi sta espiando la pena presterà un’attività a favore della collettività acquisendo responsabilità e potrà così avvicinarsi al mondo libero e alla sue regole. Sono persone che hanno sbagliato, invece di stare ad oziare in cella, fanno riparazione gratuita.

Ma questa presenza non andrà ad inficiare i già provati equilibri interni di uffici che negli passati, per colmare i vuoti, hanno subìto l’ingresso di personale in esubero da altri enti come le Province e la Croce Rossa?
La carenza d’organico negli uffici giudiziari non sparisce, c’era prima, c’è ora, ci sarà anche dopo finita la collaborazione di questi detenuti che, quindi, non andrà a pregiudicare le procedure di ingaggio del personale. Le carenze nell’amministrazione pubblica vengono sanate con i concorsi che hanno i loro tempi. Nel frattempo, invece di rendere il servizio più inefficiente, invece di gravare sugli attuali dipendenti chiedendo loro di svolgere mansioni non coerenti con il proprio profilo professionale, ci si può avvalere dell’ausilio di manodopera esterna, svolgendo contemporaneamente un’azione di recupero sociale.

Chi contesta non mette in dubbio la legittimità e la validità sociale del protocollo, ma rivendica fortemente le proprie competenze: il detenuto è qualificato per fare l’ausiliario? Se non lo è, chi lo formerà, sarà un aggravio di lavoro sulle spalle dei lavoratori giudiziari?
Il protocollo prevede espressamente lo svolgimento di “lavori essenziali e di basso profilo tecnico”. Quindi ci sarà coordinamento, non formazione.

Le critiche riguardano anche il problema sicurezza. Può un detenuto essere addetto al delicato compito di trasportare fascicoli processuali cartacei?
Ho già spiegato le modalità di selezione dei detenuti. Mi sembra superfluo rispondere. È chiaro che la Procura saprà quale tipo di fascicoli è da affidare in questo caso alla movimentazione. Soprattutto questa Procura non si esporrà di certo ad una possibilità seppur minima di rischio.