L’ultimo screening, una ricerca completa sulle inchieste giudiziarie che hanno riguardato il traffico di rifiuti nord-sud, è vecchia ormai di qualche anno. Tra il 2010 e il 2012 Legambiente contò 191 fascicoli disseminati nelle Procure e nei Tribunali di mezza Italia e stimò un guadagno di tre miliardi di euro. Soldi finiti in prevalenza nelle casse delle consorterie mafiose ma anche di imprenditori borderline, quelli che cercavano di smaltire le scorie industriali a basso costo e senza curarsi del come e del dove. Raccontavano, quei fascicoli, solo una parte del fenomeno, quella più evidente: girobolle, microsversamenti selvaggi, l’inquinamento di terreni e falde acquifere, lo sfruttamento di discariche ben oltre i limiti massimi autorizzati, le approssimative realizzazioni degli impianti, fuori norma e pericolosi. E poi gli abbruciamenti superficiali, i mille fuochi che cancellavano i microdepositi di scarti di pelletterie, i pozzi avvelenati con i collanti. Tanta roba, eppure insufficiente per disegnare la mappa ragionata di quanti, per trent’anni, hanno organizzato e gestito il grande affare delle ecomafie: mediatori, lobbisti, uomini delle istituzioni che hanno tollerato o coperto il traffico di rifiuti, industriali che hanno approfittato dell'offerta a costi bassi per smaltire milioni di bidoni di sostanze velenose finiti nelle terre di Giugliano, Villaricca, Villa Literno, Casal di Principe, Maddaloni, Marcianise, nel lago Patria e sotto la sabbia domiziana, nei canaloni dei Regi Lagni e nei fiumi, dal Volturno al Sarno.

I nomi delle ecomafie della Campania

A dire il vero, sia pur in maniera disordinata, i nomi si conoscono quasi tutti. Ma manca la veduta d’insieme. Soprattutto, ed è la cosa più grave, sono pochi coloro i quali hanno pagato il prezzo dei loro crimini. Perché, in realtà, i processi sono quasi tutti a mezza strada. E non perché i reati siano andati prescritti ma perché la banalità del male, in materia di giustizia, soprattutto in Campania, è fatta di inchieste mai concluse, ferme in Corte di appello in prevalenza, qualcuna ancora in primo grado. Un esempio per tutti: il processo per disastro ambientale che vede come imputati, tra gli altri, Cipriano Chianese, avvocato di Parete; il cugino del capoclan Francesco Bidognetti (per lui solo la sentenza è definitiva), Gaetano Cerci, ufficiale di collegamento tra i Casalesi e Licio Gelli; gli uomini del commissariato di Governo per l’emergenza rifiuti, tra i quali il subcommissario Giulio Facchi; imprenditori del settore, tra i quali i fratelli Roma. La sentenza di primo grado è stata emessa il 15 luglio del 2016. Il processo era iniziato, dinanzi alla V Corte di Assise di Napoli, sei anni prima. In quasi centottanta udienze sono stati ricostruiti la storia della discarica Resit, a Giugliano; le modalità della sua gestione dal 1985 al 2004; i rapporti tra il proprietario, Chianese, e il commissariato.

Cipriano Chianese, il principale imputato, era stato arrestato a gennaio del 2006. Di lui avevano parlato i collaboratori di giustizia, prima Nunzio Perrella (il “Caronte” di Bloody Money), poi Dario De Simone, con maggiori dettagli. Dichiarazioni datate 1992 e 1996. È stato condannato a vent’anni per associazione mafiosa, disastro ambientale, avvelenamento doloso delle acque. Sedici anni per Cerci, cinque anni e sei mesi per Facchi. In appello è stata rinnovata l’istruttoria dibattimentale, una nuova perizia ha confermato l’avvelenamento delle terre e delle acque, la Procura generale ha chiesto la conferma delle condanne rideterminando le pene (con piccoli sconti rispetto al primo grado). La sentenza è attesa per domani, 23 novembre, ma per il sigillo della Cassazione ci vorrà altro tempo ancora.

Stato-rifiuti: un processo storico

In quel processo non ancora compiuto è raccontata la storia, buona parte della storia, delle ecomafie in provincia di Caserta. Il pm napoletano Alessandro Milita, che l’aveva coordinata, è riuscito a ricostruire la trasformazione del comparto dei rifiuti da artigianale a industriale grazie al ruolo, a far data dal 1988, di Cipriano Chianese, l’avvocato e imprenditore – a quel tempo rivendeva rottami di ferro in Veneto – con entrature importanti nella magistratura, nelle forze dell'ordine, nel Sisde. All'indomani del suo arresto, il 4 gennaio del 2006, così di lui scriveva la Dda di Napoli: “Sviluppando alla massima potenzialità le relazioni variamente intessute, ha fornito informazioni riservate agli esponenti di vertice e agli affiliati al clan dei Casalesi”. Negli atti, anche il verbale di perquisizione nella casa di Licio Gelli.

Che Chianese fosse una pedina importante del sistema si era scoperto, dicevamo, già nel 1992, con le dichiarazioni di Perrella, socio in affari di Gaetano Vassallo (che ha iniziato a collaborare con la giustizia sedici anni dopo), importantissimo gestore di rifiuti nel Giuglianese, di Gaetano Cerci, di imprenditori liguri e toscani

Le ecomafie esistono ancora?

Il patto societario era stato siglato a Villaricca, nel ristorante La Lanterna. Fu in quella sede che la compravendita di rifiuti industriali e tossici fu messa a sistema, con la partecipazione – ovvia – dei produttori di quegli stessi rifiuti. Gaetano Vassallo avrebbe potuto dire molto di più di quel patto, facendo i nomi di tutti i partecipanti all'affare. Se lo ha fatto, quell'elenco non è noto. Sconosciuti i committenti, sconosciuti gli intermediari. Soprattutto questi. Sono ancora attivi? Probabile, come del resto l’inchiesta di Fanpage ha dimostrato nei mesi scorsi. Nunzio Perrella, da tempo fuori dal giro, non sembra aver incontrato troppe difficoltà nel riagganciare i contatti di un tempo e riproporsi sulla scena sia pur nella veste di infiltrato.

Le proteste prima dell’apertura della discarica a Chiaiano
in foto: Le proteste prima dell’apertura della discarica a Chiaiano

La discarica di Chiaiano? Non se sa nulla

Altro giro, altra corsa, altro processo esemplare: quello per la discarica di Chiaiano, l’invaso inquinante di cava Poligono, chiusa nel 2011, sequestrata dalla Dda, infiltrata dai Casalesi del gruppo Zagaria che dei titolari, i fratelli Carandente Tartaglia, erano soci di fatto. Che fine ha fatto? Se ne perdono le tracce nel 2015, con l’annuncio del Comune di Napoli di costituirsi parte civile. Poi più nulla. E più nulla si sa del processo d’appello per i fondi stanziati a vantaggio del Comune di Villa Literno (tredici milioni di euro, un’enormità per un paesino di diecimila abitanti) quale ristoro per il deposito delle ecoballe, a Pozzo Bianco, su un terreno confinante con il sito di Taverna del Re, a Giugliano. Soldi destinati ad appalti pubblici che sarebbero stati spartiti, secondo il più classico dei canovacci mafiosi, tra politici, imprenditori e camorristi. L’inchiesta dei pm Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio fotografò la scena dal 2003 al 2008. Nel 2011 furono arrestati, tra gli altri, l’ex sindaco (e consigliere regionale all’epoca dell’ordinanza di custodia cautelare) Enrico Fabozzi, gli imprenditori Giovanni Malinconico e Giuseppe e Pasquale Mastrominico, accusati a vario titolo di concorso esterno, turbativa d’asta, corruzione. Il processo si è chiuso in primo grado a giugno del 2015. Fabozzi e i fratelli Mastrominico sono stati condannati a dieci e otto anni di reclusione; a questi ultimi sono stati anche confiscati i beni (provvedimento non definitivo). Si è accertato che i due imprenditori hanno realizzato alcune piazzole per lo stoccaggio delle ecoballe per conto della Fibe. I terreni, intestati alle mogli, hanno fruttato oltre tre milioni di euro di soli fitti. Ma il processo d’appello? Sparito nel nulla, scomparso, ingoiato dalle fauci delle cancelleria della Corte di Appello di Napoli, dove stazionano 45.000 fascicoli da definire (dati diffusi a gennaio, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario) con quindicimila sopravvenienze all’anno.

Inizia il processo a Nicola Cosentino

Inizierà il 23 novembre, invece, il processo d’appello all’ex sottosegretario e coordinatore di Forza Italia, Nicola Cosentino, condannato a nove anni in primo grado per concorso esterno. L’ordinanza di custodia cautelare, eseguita alla scadenza del mandato elettorale (il 15 marzo del 2013) porta la data del novembre del 2009, nove anni fa. Anche in quel processo i rifiuti la fanno da padrona. L’inchiesta e l’istruttoria dibattimentale hanno raccontato della gestione dei consorzi di bacino, degli scambi politico-clientelari, delle assunzioni di comodo, del controllo mafioso di Ecoquattro, la società mista che gestiva il servizio di raccolta della spazzatura per conto del Ce4. Un capitolo, il più intrigante, riguardava il consorzio Impregeco, che avrebbe dovuto pian piano scalzare Impregilo (con cui la Regione Campania aveva un contratto di ferro) e gestire un inceneritore da costruire a Santa Maria La Fossa, a Parco Saurino, dove c’era una discarica. Dell’impianto non si è fatto più nulla.

Nella sentenza il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha ricostruito la vicenda senza però attribuirle alcuna mafiosità. È stata ritenuta ininfluente ai fini della decisione. Resta il fatto storico, con la centralità della progettazione strategica in capo alla politica e la camorra nel ruolo di socio necessario ma “a qualunque condizione e per qualunque ramo d’azienda”: che si trattasse di discariche, di inceneritori, di piazzole per lo stoccaggio, di movimento terra, di trasporto. Il processo si chiuderà il prossimo anno, la decisione della Cassazione chissà.

Condanna definitiva per disastro ambientale ma con beffa per i fratelli Pellini di Acerra. Scarcerati in anticipo grazie all’abbuono di tre anni dell’indulto, hanno avuto di recente un altro regalo. Un cugino di primo grado di Cuono, Salvatore e Giovanni si è visto aggiudicare dal Comune un appalto da ottantamila euro per la rimozione dei rifiuti speciali e pericolosi scaricati abusivamente nel territorio. La protesta degli ambientalisti non ha sortito effetti. A dimostrare che ancora una volta i rifiuti sono un affare da miliardi di euro ma solo per i soliti noti.