«Quale colera, ironizzò lei, non c'è nessun colera, c'è soltanto il solito bordello e la paura di morire nella merda, più paura che fatti, fatti niente, mangiamo un sacco di limoni e nessuno caca».

Storia di chi fugge e di chi resta – Elena Ferrante

È anche colpa nostra. Il titolo «Colera a Napoli» sarebbe corretto trasformarlo in «Due casi di colera a Sant'Arpino (Caserta) curati a Napoli». Ma un titolo del genere è impensabile per tanti motivi: perché è lungo, perché è introvabile successivamente dai motori di ricerca. Perché ogni notizia prodotta nell'entroterra campano ha quasi sempre un titolo «Napoli, virgola, qualcosa». Dunque, prima di iniziare a discuterne, facciamo come in chiesa: iniziamo a riconoscere i nostri peccati; mea culpa, mea maxima culpa.

Ragioniamoci però: succede solo qui. I morti per legionella a Brescia di quest'anno non sono diventati una «strage della legionella a Milano», la Febbre del Nilo in Veneto non è diventata una «pandemia a Venezia».  Badate bene: non ci vuole un attimo per trasformare un fatto in una paura, una paura in una psicosi incontrollata. Occorre che qualcuno si impegni e che si scelgano le parole giuste, occorre far maturare il tutto sotto un terreno fertile.

Napoli e il colera si conoscono da tempo. E il loro è un rapporto importante: le ultime due volte che il vibrio cholerae è approdato sotto al Vesuvio sono successe tante cose, prima e dopo. Nella seconda metà dell'Ottocento un'epidemia, una vera epidemia, colpì Napoli due volte. Matilde Serao raccontando del "Ventre di Napoli" in un libro ancor oggi attuale per quanto ignorato, scrisse che i partenopei più che ai governanti si affidavano a santi e madonne (come succede ora):

«Nel colera del 1865 vi furono processioni e pubbliche preghiere; nel colera del 1867, più tremendo, più straziante, che veniva dopo la guerra, da tutte le parrocchie uscirono le immagini della Vergine e quelle dei santi protettori, le processioni s'incontravano per le strade, si mescolavano: era tutto un mistero mediovale e meridionale. Come oggi Umberto di Savoia le ha incontrate, diciassette anni fa, le ha incontrate il gran re Vittorio Emmanuele. [ …]. Nel colera del 1873, più mite certo, ma sempre vivissimo, nei quattro quartieri popolari, fu portata in processione la Madonna dell'Aiuto ai Banchi Nuovi, la Madonna di Portosalvo a Porto, il Gesù alla Colonna, della chiesa nel vicolo dell'Università».

Fu quella epidemia che decretò il Piano pel risanamento di Napoli del governo Depretis, lo "sventramento" delle zone più degradate e la  realizzazione di palazzi dall'Arenaccia al Rettifilo, dal corso Garibaldi alla Marina. Il pietoso scenario descritto dalla Serao cambiò, non cambiarono gli elementi alla base di quella miseria che come un sostrato linguistico influenzarono, in questo caso negativamente, i progetti successivi.

Nel 1973 l'Italia era da bere e nessuno aveva paura che alla fonte ci fosse il vibrione. Perfino Napoli, con tutti i suoi guai era nel pieno del progresso tecnologico, proiettata al futuro come «una palla di cannone accesa». A quel giro il colera – che non causò una pandemia devastante – seppe di vergogna e lasciò un segno profondo nella percezione della città, anche grazie a tante storie raccontate e viste e alle psicosi collettive. Scrisse Enzo La Penna, cronista dell'Ansa di Napoli:

«I familiari degli ammalati accalcati davanti ai cancelli del Cotugno in attesa dei bollettini medici. Tra i casi di psicosi collettiva si ricorda quello di un un uomo che, dopo essere inciampato, si stava rialzando allorché i passanti, vendendolo barcollare, si allontanarono urlando "tene ‘o colera, tene ‘o colera!"».

Uno stigma, un marchio d'infamia. Da colèra a còllera (di Dio che punisce? Del mondo delle cose maltenute e marcite che si ribella?). Colera come colpa. Non stupisce che oggi tra i cori da stadio anti-napoletani resistano soprattutto tre: quello sui terroni, quello sul Vesuvio e quello sui colerosi. Uno sulla povertà, uno sulla geografia (entrambe ‘accidentali') e poi quello sul colera che appartiene alle colpe: «Siete sporchi», è il sottinteso.

Tornando all'inizio: è anche colpa nostra. Da Napoli a Sant'Arpino, lì dove si sono registrati i due casi su persone da poco tornate dall'estero ci vogliono 40 minuti in auto. Che questi due malati tornassero dal Bangladesh perché immigrati o dall'India perché hippie giramondo miliardari, importa solo ai polemisti professionali come Vittorio Feltri. Cosa c'entra dunque Napoli dove al massimo i due ammalati sono stati curati in un ospedale specializzato in malattie infettive? E cosa c'entra una «paura dell'epidemia» che non esiste, non è mai esistita? Per il colera le cure ci sono, non abbiamo cure all'approssimazione, non abbiamo vaccini alla stupidità.

Per disattivare il male di informare male ci vorrebbe una ironia alla Massimo Troisi che pure è sparita e da un pezzo. Ci resta questa indignazione a comando, questa procedura di sdegno a mezzo social, questa polemica da manuale. E nel momento in cui si ingaggia questa guerra si ammette già di aver perso tempo e forze in un qualcosa che vale quanto il titolo "Colera a Napoli, è paura". Cioè niente.