Immagine tratta dal film di Claudio Giovannesi "La paranza dei bambini", vincitore dell'Orso d'argento per la sceneggiatura al Festival di Berlino 2019.
in foto: Immagine tratta dal film di Claudio Giovannesi "La paranza dei bambini", vincitore dell’Orso d’argento per la sceneggiatura al Festival di Berlino 2019.

Il film di Claudio Giovannesi ce l’ha fatta: “La paranza dei bambini”, il lungometraggio basato sul terzo romanzo di Roberto Saviano, ha conquistato l’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura al Festival di Berlino 2019. Molti critici hanno salutato la pellicola come un capolavoro, capace di scavare nelle pieghe di una realtà difficile come quella della criminalità organizzata napoletana. Un racconto forte, che assume ancora più forza se si torna all'origine delle parole usate da Saviano: come la “paranza”, che nel dialetto napoletano non è solo una semplice parola.

La paranza: dall'italiano al dialetto napoletano

In italiano il termine “paranza” è legato al mondo marittimo: designa un particolare tipo di imbarcazione usata fin dall'antichità per la pesca a strascico, con le reti. Per estensione può indicare la rete stessa, usata per acchiappare soprattutto pesci di piccole dimensioni, o il particolare tipo di pesca fatta “in coppia” da due imbarcazioni. La storia di questa parola è antica: richiama le parole greca e latina “peràn” e “paro” che, rispettivamente, significano “al di là” e “procurare”.

Questa parola è stata assorbita dai dialetti meridionali propri di quelle popolazioni che, nel Tirreno e nell'Adriatico, hanno sempre vissuto grazie alla pesca. Ma a Napoli la “paranza” ha assunto un valore del tutto nuovo, diverso, apparentemente lontanissimo dalla denotazione originaria del termine: quando si parla di paranza, nel dialetto napoletano, ci si riferisce al mondo della malavita organizzata.

La paranza dei bambini, un nuovo significato

Nel film, così come nel libro, questo termine è metafora del racconto stesso, basato sulle vite violente dei giovanissimi protagonisti. Una parola che Roberto Saviano non sceglie a caso, scavando a fondo di una realtà la cui complessità emerge proprio dal fatto che per descriverla non bastano le cronache giornalistiche, ma serve uno sforzo intellettuale in più che è, in questo caso, intimamente collegato al linguaggio e al profondo potere che esso ha non solo a livello letterario. Quando Saviano parla di “paranza”, lo fa richiamando tutto un universo di significati che esulano da quello letterale: una parola che in lingua italiana è di uso comune infatti, nel dialetto napoletano non lo è. O almeno, non lo è in modo “semplice”.

A Napoli in passato ha indicato, non a caso, il gruppo di barche destinate al trasporto della merce di contrabbando, e più in generale il “gruppo” di una sezione camorristica. La forza creativa del dialetto ha trasformato così un termine del gergo marinaresco in una parola che descrive un mondo complesso, profondo come quel mare in cui i pescatori gettano le reti. Ed è in queste reti, figurate, che incappano i bambini raccontati da Saviano. Nel suo racconto la “paranza” non indica semplicemente il loro “gruppo”, bensì descrive in modo forte ed estremamente brutale la stessa condizione esistenziale di questi bambini: intrappolati nella rete del sistema di cui fanno parte come tanti piccoli pescetti.