Una costellazione di società-ombra, un consorzio di fatto tra ditte apparentemente scollegate ma che invece farebbero capo ai fratelli Nicola e Vincenzo Schiavone e, per loro tramite, al gruppo Schiavone del clan dei Casalesi. La rete funziona da anni, sin da quando esisteva sotto il nome di Eureka, travolta dal processo Spartacus ma mai veramente scomparsa. E risorta sotto altro nome e altre sigle, fino a diventare l’impresa di riferimento di Rfi nei lavori di costruzione e manutenzione delle tratte ferroviarie italiane, senza però cambiare il suo vero dominus: Francesco Schiavone – Sandokan, ergastolano, detenuto al 41 bis. E con lui i suoi familiari più stretti. A tirare in ballo i fratelli Schiavone è stato il figlio primogenito del boss, Nicola, quarant’anni, collaboratore di giustizia.

Ma è stata la madre, Giuseppina Nappa, che è entrata nel programma di protezione senza però assumere lo status di pentita, ad allargare l’elenco, in uno scontro tra le donne di famiglia, estendendo ruoli e responsabilità anche alla cognata, Nicolina Coppola. I carabinieri di Caserta hanno perquisito la sua abitazione, a Casal di Principe, sequestrandole il telefonino. Nicolina Coppola è la moglie di Walter Schiavone, uno dei fratelli di Sandokan e come lui condannato all’ergastolo. La coppia aveva vissuto nella villa in stile Scarface poi confiscata e affidata al consorzio Agrorinasce. Villa che fu vandalizzata all’indomani dell’acquisizione al patrimonio dello Stato, cosa per la quale la donna subì anche un processo nel quale fu condannata. A differenza della cognata, ha trascorso gli ultimi vent’anni sotto tono, senza esporsi con dichiarazioni o proteste pubbliche, cercando di far dimenticare la sua esistenza.

Gli accertamenti della Dda sulla scalata di camorra a Rfi sono, comunque, alle prime battute. Nella giornata di ieri i carabinieri, su delega dei pm Antonello Ardituro e Graziella Arlomede, avevano effettuato altre perquisizioni: nelle sedi delle società Bcs e Imprefer; nelle abitazioni dei fratelli Nicola (indagato per associazione camorristica, turbativa d’asta aggravata dal metodo mafioso, corruzione) e Vincenzo Schiavone, 65 e 63 anni; in viale Gramsci e piazza dei Martiri, il salotto buono di Napoli; nelle cose e negli uffici di Massimo Iorani, romano, responsabile della Direzione centrale acquisti di Rfi, di Paolo Grassi, romano, dirigente della direzione produzione, di Giuseppe Russo, napoletano, responsabile dell’ufficio manutenzioni di Napoli. Secondo l’accusa, gli imprenditori, attraverso sistemi di fittizia intestazione, pare controllino di fatto un cartello di imprese che operano nel settore della costruzione e della manutenzione delle reti ferroviarie. Gli investigatori ritengono, infatti, che esista una rete corruttiva, di cui farebbero parte funzionari di Rfi, che manovrerebbe le procedure di gara in diversi distretti territoriali a vantaggio del cartello di imprese riconducibili alla camorra.