a cura di Antonio Musella, Gaia Martignetti e Peppe Pace

L'appalto prevedeva la produzione di 900 mila mascherine da distribuire ai cittadini della Regione Campania, l'aggiudicazione è avvenuta per una cifra intorno ai 3 milioni di euro a 6 ditte campane, ma la qualità del prodotto è davvero scadente. Vincenzo De Luca l'aveva presentato come l'ennesimo spot di questa pandemia da Coronavirus, grandi annunci nelle dirette facebook sul suo profilo (come sempre senza contradditorio) mascherine in bella mostra sulla scrivania del governatore, tanti ringraziamenti alle aziende ed il solo sproloquio di autoesaltazione ed elogi a se stesso usando il plurale maiestatis, come facevano gli antichi regnanti. Ma a guardarle bene, le mascherine della Regione Campania sembrano essere tutt'altro che efficienti. Abbiamo letto il capitolato tecnico della gara d'appalto, lo abbiamo sottoposto ad un esperto, abbiamo compiuto dei test semplici su quelle che sono state distribuite a Napoli e siamo andati a vedere le ditte che le hanno prodotte. Le sorprese non sono mancate

Mascherine a filtraggio adeguato: "Praticamente è come un foulard"

Il capitolato tecnico è incredibilmente generico e parla di: "mascherine non sterili, realizzate in tessuto non tessuto (tnt) con adeguata capacità filtrante". Tutto qui. La definizione di "adeguata capacità filtrante" non viene definita in nessun modo, non ci sono tabelle, non ci sono griglie di valori tecnici da rispettare, non ci sono caratteristiche. D'altronde il decreto "Cura Italia" del governo ha autorizzato la vendita di mascherine cosiddette "in deroga". Si tratta di prodotti che non rispettano le specifiche tecniche dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, un provvedimento che ha aperto ad una grande speculazione da parte di quelle aziende che non si sono mai occupate di produrre o commercializzare prodotti medicali ma che si occupavano di ben altro. Questa anomalia normativa ha fatto in modo che nelle case dei cittadini italiani arrivassero mascherine di qualità bassissima e che non garantiscono per nulla la fuoriuscita delle gocce di saliva. Abbiamo provato a svolgere un test semplice che simula uno starnuto all'interno della mascherina. Abbiamo usato un nebulizzatore con acqua e lo abbiamo azionato all'interno della mascherina. Come mostrano le immagini le goccioline d'acqua fuoriescono dalla mascherina sia verso il basso che attraversando la membrana di TNT. In questo modo il virus trasportato dalle goccioline di saliva viene immesso nell'aria e può infettare le persone che abbiamo intorno. Abbiamo chiesto al dottor Lino Prezioso, ingegnere chimico, un parare sulla qualità delle mascherine analizzando il capitolato tecnico: "Leggo nel capitolato che si tratta di materiale in TNT di adeguata capacità filtrante – spiega a Fanpage.it il dottor Prezioso – non danno un valore alla capacità filtrante, quindi mi chiedo qual è il valore limite al di sotto del quale la mascherina è considerata inadeguata? Questi parametri sono fondamentali per pensare di ridurre la diffusione del virus e la Regione Campania non li indica. Per essere chiari direi che è davvero poco utile questa mascherina".

Tra le aziende c'è chi vende tende e chi fa i corsi di formazione

L'appalto è stato assegnato a 6 aziende ed ha visto l'esclusione di quasi altri 70 concorrenti. Una partecipazione di massa che si spiega innanzitutto con la possibilità di realizzare un prodotto "in deroga", quindi non si tratta di mascherine mediche o di dispositivi di protezione individuale. Ad aggiudicarsi il lavoro sono stati: la Angelo Carillo spa, la Tecnohospital, la Servizi Associati, la Contek, la Ikit e la Be Packaging insieme alla Medis Group. Abbiamo provato a contattare queste aziende scoprendo anche di cosa si occupano davvero. La Angelo Carillo è un'azienda leader nella commercializzazione di tende, tendaggi e prodotti per la casa. Non si tratta di un produttore ma di un distributore quindi, come tutti gli altri, non realizzano le mascherine direttamente ma le vendono solo. Abbiamo chiesto all'azienda, attraverso il loro ufficio stampa di sapere da dove proveniva il TNT usato per le mascherine e quali erano le certificazioni di sicurezza, ma non abbiamo avuto una risposta nel merito. Ancor più singolare è la situazione di una piccola azienda, con un capitale sociale di appena 1.000 euro, la Servizi Associati di Cava dei Tirreni in provincia di Salerno. Abbiamo provato a chiedere alla titolare di cosa si occupasse l'azienda e qual'erano i protocolli di sicurezza applicati alle mascherine. Dopo averci detto al telefono che : "Queste sono domande che non potete fare, è una domanda che non ha senso" decidono di risponderci via sms. Questo è il testo: "Servizi Associati è una rete di servizi Cava Campania, Italia, Europa, che in questo momento unisce le produttività locali dislocate nella nostra regione. In sinergia piccole e grandi aziende, lavorano per la collettività a servizio della regione e grazie al nostro governatore De Luca è possibile garantire lavoro e produttività alle imprese". In buona sostanza una supercazzola con tanto di adorazione finale a De Luca. Non avendo capito di cosa si occupa la Servizi Associati andiamo a visitare il loro sito internet e qui scopriamo che l'azienda che si è portata a casa 570 mila euro per 300 mila mascherine, si occupa di corsi di formazione, Caf e patronati. La terza azienda che riusciamo a contattare è la Tecnohospital, un'azienda del settore delle forniture mediche che da anni lavora con diverse Asl della Campania e anche in altre zone del paese. Al telefono il titolare Nicola Liguoro ci spiega molte cose interessanti: "Noi compriamo il TNT e ci rivolgiamo ai laboratori tessili che fanno la cucitura, dopodiché certifichiamo la qualità del prodotto". Solo tra le poche aziende che non usano il TNT ma un mix di cotone, elastam e teflon che la rende idrorepellente. "E' un po' strano – spiega il titolare di Tecnohospital – ci spiega – la gara parlava di prodotto riutilizzabile e lavabile ma viene citato il TNT ed il TNT non è riutilizzabile, è un usa e getta. Ci sono dei TNT riutilizzabili, lavabili, sono dei TNT plastificati però è come se lavasse un pezzo di carta plastificato, non è il massimo".

"Con la produzione in deroga pensano di poter fare tutto"

Quasi 70 aziende hanno partecipato alla gara d'appalto della Regione Campania, ma tra queste le aziende che si occupano di forniture mediche sono davvero poche. Per capirne di più su questa anomalia abbiamo incontrato il titolare di un'azienda che si occupa di forniture mediche da molti anni, un esperto del settore che temendo ritorsioni sugli appalti per la sua azienda ci ha chiesto di restare anonimo. "Nel mercato appena hanno sentito la parola "in deroga" hanno pensato che potevano fare di tutto – ci racconta – ci sta di tutto ho visto un'azienda che si occupa di ricambi di auto che si è messa a fare le mascherine". Ci troviamo davanti ad una enorme speculazione che si sta consumando intorno al bisogno di mascherine, obbligatorie per tutti, in questa fase di pandemia. Non solo quelle acquistate dalla Regione Campania ma anche quelle che vengono vendute al dettaglio nei negozi o alle aziende per i dipendenti: "Mascherina protettiva tu non lo puoi scrivere su questi prodotti – prosegue la fonte – ci sta gente che non sa manco cosa sta facendo, questi se vanno in mano ai NAS passano i guai. Hanno pensato che su questa cosa delle mascherine ci fosse l'America, ma dopo questi passeranno i guai per quello che stanno facendo. Tanta gente si improvvisa, non sanno cosa significa idrorepellenza, filtraggio. E' come se tu stessi comprando un accessorio di abbigliamento, un foulard da mettere sulla faccia, è solo un pezzo di cotone". I primi attori che si sono lanciati in questa speculazione sono le aziende tessili che producevano capi di abbigliamento. Si tratta dei cosiddetti façonisti, i laboratori tessili, principalmente dell'area vesuviana, che si sono convertiti alla produzione di mascherine. Fanpage.it aveva già sollevato la questione delle mascherine "Made in Piemonte", commissionate dalla Regione Piemonte per 6 milioni di euro e prodotte dai laboratori tessili in provincia di Napoli. "Qua è pieno, Palma Campania, San Giuseppe Vesuviano, San Gennaro Vesuviano, Ottaviano, Somma, tutti quelli che facevano il tessile, le magliette, i capi firmati, ora fanno le mascherine e fare una maglietta o una mascherina non è proprio la stessa cosa – ci spiega l'imprenditore – qui ormai arrivano tutti a fare le mascherine fregandosene della salute delle persone".