Uccise un pitbull nel corso dell'arresto del suo padrone in via Cesare Rosaroll a Napoli, a distanza di un anno il poliziotto è stato rinviato a giudizio e adesso potrà chiarire la sua posizione nel corso del procedimento giudiziario. A darne notizia è stata la Lega Nazionale per la Difesa del Cane. L'episodio risale al 12 luglio del 2019. Gli agenti di Polizia stavano eseguendo un controllo sul proprietario del cane che era agli arresti domiciliari. Il pitbull alla vista degli agenti reagì. E uno dei poliziotti sparò per difendere i colleghi. I colpi però furano fatali per l'animale, che non riuscì a sopravvivere. Solidarietà al poliziotto è arrivata dal sindacato di Polizia U.S.I.P. – U.I.L: “No a strumentalizzazioni”.

La Lega per la Difesa del Cane: "L'animale era già ferito"

Il caso risale ad un anno fa. Il poliziotto sparò per difendersi, ma all'epoca l'episodio suscitò molte polemiche da parte dei comitati animalisti. “È stato rinviato a giudizio – scrive l'Lndc – l'agente di polizia che il 12 luglio dello scorso anno ha ucciso con due colpi di pistola in via Rosaroll, a Napoli, il giovane pitbull Rocky durante un intervento riguardante il proprietario del cane agli arresti domiciliari. A sciogliere la riserva è stato il giudice Campoli presso il Tribunale di Napoli, e il suo provvedimento di imputazione coatta dà rilievo al fatto che, in base alla visione delle prove filmate, al momento della seconda e fatale esplosione il cane ‘era già palesemente ferito e dall'andatura claudicante'”.

Il sindacato di Polizia: “Condanniamo le strumentalizzazioni”

“I poliziotti che spararono ad un pitbull – afferma Roberto Massimo,Segretario Generale di Napoli del Sindacato U.S.I.P (U.I.L) – uccidendolo, durante la notifica di un provvedimento al padrone del cane agli arresti domiciliari, salvarono la vita ad un operatore di polizia coinvolto, aggredito dal cane stesso. Fermo restando l’amore ed il rispetto che abbiamo per i nostri amici a 4 zampe, la necessità di uccidere l'animale fu motivata dall'esigenza del momento ed è condivisibile, poiché la tutela di un essere umano, di un cittadino o, come in questo caso, di un operatore di Polizia, si chiama legittima difesa. Il rinvio a giudizio del collega, per quel che ci riguarda, ha poco senso ed immaginiamo sia semplicemente un atto dovuto, sicuri che la magistratura accerterà la realtà dei fatti. Esprimo ferma condanna e aperto biasimo nei confronti di tutti coloro che, con dichiarazioni pubbliche, vorrebbero far passare gli uomini e le donne in divisa come crudeli assassini, strumentalizzando l'accaduto. Se al posto del tutore dell'ordine ci fosse stato un nostro figlio, oggi li chiamerebbero eroi, paladini che con sprezzo del pericolo e senso del dovere tutelano i cittadini. Siamo stanchi di essere presi di mira ed utilizzati come strumento di pressione per scopi elettorali. La politica, la vera politica, si faccia sentire e stia accanto a questi paladini”.