Si avvia a conclusione il processo per la morte di Katia Tondi, la trentenne trovata strangolata nel luglio del 2013 nella propria abitazione di San Tammaro, a Caserta. L'unico accusato per questo omicidio è infatti il marito della vittima, Emilio Lavoretano, ex-gommista per il quale il pubblico ministero Domenico Musto ha chiesto venticinque anni di carcere. Il procedimento giudiziario a carico dell'uomo, unico indiziato per questo omicidio, si sta tenendo davanti alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere: il pubblico ministero, pur chiedendo per lui una condanna a venticinque anni, non ha formulato l'ipotesi aggravante della premeditazione.

La Procura di Santa Maria Capua Vetere incriminò l'uomo in quanto maggiore sospettato dell'omicidio volontario della donna, con le modalità dell'impeto ed in preda ad uno scatto d'ira. Una sorta di raptus causato però da un motivo mai del tutto chiarito. L'avvocato difensore dell'uomo, Natalina Mastellone, ha invece puntato il dito contro il processo stesso, che sarebbe indiziario e con elementi particolarmente labili. Tra questi, anche l'ora del decesso della donna, ancora oggi contestata: fu disposta anche una superperizia che però non fu in grado di chiarire del tutto molti dubbi. La donna fu trovata priva di vita e strangolata nel luglio del 2013, ed a chiamare i soccorsi fu proprio il marito, Emilio Lavoretano, che si è sempre detto estraneo ad ogni accostamento. L'uomo, figlio di un maresciallo dei carabinieri in pensione con 40 anni di servizio, è sempre stato descritto da tutti come una persona tranquilla e che a suo carico non avesse nessun precedente né altro: nei giorni successivi alla morte della moglie, furono riportate tuttavia diverse voci di paese riguardo a presunte relazioni extraconiugali che l'uomo avrebbe avuto in passato, anche con donne sposate. Voci tuttavia che sono sempre state respinte al mittente.