Fortuna Loffredo
in foto: Fortuna Loffredo

Sarebbe stata bella, coi capelli biondo scuro ondulati sulle spalle e gli occhi ridenti, nonostante tutto. Oggi, 8 gennaio 2020, nel giorno in cui avrebbe compiuto 12 anni, possiamo solo immaginare come sarebbe diventata Chicca, all’anagrafe Fortuna Loffredo, uccisa a 6 anni in un rione ghetto della più disperata delle periferie, nella provincia nord di Napoli. La sua vita è cominciata e finita a Caivano, poco meno di quarantamila abitanti spalmati su un fazzoletto di case per la maggior parte abusive.

Dieci metri di orrore

Lo avete mai visto, voi, il palazzo da dove è caduta Fortuna? È una torre alta otto piani al limitare del rione Parco Verde, nella sezione di case che negli anni è stata occupata abusivamente da ogni tipo di abitante, tra cui anche cittadini nomadi di etnia rom, nell'agglomerato di fabbricati che sorge di fronte alle case costruite per i terremotati dell’Ottanta. È imponente, fa una certa impressione a guardarlo dal basso, soprattutto se proviamo a immaginare il volo di decine di metri che dal tetto di quel fabbricato, almeno secondo la ricostruzione che ci ha consegnato il processo, ha fatto la piccola Fortuna. Figlia di Pietro, all’epoca in carcere per piccoli reati e di Mimma, madre di un altro figlio avuto dall'altro compagno, Fortuna, un nome vetusto per uno scricciolo di sei anni, aveva difficoltà a parlare, a esprimersi. Sua madre la faceva curare in un centro riabilitativo Lusciano, dove si occupavano dei suoi disturbi del comportamento e dello sviluppo. Fortuna sporcava ancora le mutandine.

Era solo una bambina

Era diventata incontinente, Chicca, a causa dello ‘sconquasso anatomico’ provocato dagli abusi sessuali ripetuti. Chicca veniva violentata, stava male, ma né le maestre della scuola elementare in via Necropoli, né la famiglia avevano mai tentato di approfondire quel malessere, passato quasi inosservato in un mondo dove un bambino non è una creatura da proteggere, ma solo un adulto in miniatura. Solo quando è atterrata sul selciato ai piedi di quella torre scura, Fortuna Loffredo è tornata a essere una bambina, un soggetto da tutelare, una vittima di abusi, una vittima di omicidio. La morte l'ha presa da quel mondo senza regole e moralità e l'ha riportata in quello civile, dove un bambino è un bambino, almeno per i tribunali. Perché fuori dall'aula, oltre i confini della legge per cui tutti i minori sono uguali, nella percezione della società Fortuna è rimasta prigioniera di quel mondo oscuro.

Ma Fortuna non è Loris

Lo sciame dei giornalisti si è presto disperso quando l’orco Raimono Caputo è stato arrestato e il mistero è stato risolto. Ma a dire il vero quel caso non aveva mai attecchito troppo nella community della cronaca nera, degli appassionati di ‘Chi l’ha visto' e ‘Quarto Grado', dei lettori di ‘Giallo’, che non avevano mai veramente ‘adottato' Chicca. Perché Fortuna non è Loris, non è vittima dei demoni di una madre borderline. È, a suo modo, una vittima atipica, un angelo con le ali sporche e stropicciate e lo sguardo remoto che racconta cose di cui non vogliamo sapere troppo. Perché di Fortuna non ci fa paura la morte, ci fa paura la vita.