Si scava nella vita di Ciro Guarente e di altre persone, sulla cui identità c'è grande riserbo, mentre prosegue senza sosta la perizia sul materiale organico trovato nel garage degli orrori di Ponticelli: l'inchiesta sulla morte di Vincenzo Ruggiero attraversa una fase delicata. Al setaccio c'è la vita del killer e delle persone vicine a lui. Attraverso, soprattutto, i supporti informatici, che Guarente – e non solo – utilizzava in maniera febbrile. L'altra novità è che si è riusciti a ricostruire la Sim card di Vincenzo Ruggiero, del quale non si è trovato il telefono. Adesso si cerca di comporre il quadro provando a recuperare quanti più dati possibili.

L'omicidio di Vincenzo Ruggiero

Nella notte tra il 7 e l'8 Luglio 2017 Vincenzo Ruggiero, giovane attivista gay, scompare in circostanze misteriose. Il suo corpo viene trovato il 31 Luglio, smembrato e parzialmente sciolto nell'acido, all'interno di un garage abusivo di Ponticelli, periferia est di Napoli. A ucciderlo è stato Ciro Guarente, 35 anni, fidanzato di Heven Grimaldi, 22 anni, amica transessuale di Vincenzo, che lo ospitava in casa da qualche tempo perché il ragazzo aveva alcuni problemi personali. Il killer avrebbe atteso Ruggiero ad Aversa (Caserta), sotto casa della compagna – in quei giorni assente – poi lo avrebbe seguito nell'appartamento e gli avrebbe sparato almeno due colpi di pistola al petto. Poi avrebbe trascinato in auto il suo corpo, chiudendolo in un sacco – non si sa se Vincenzo fosse agonizzante o già morto – e lo avrebbe portato nel box abusivo di Ponticelli, il quartiere nel quale abitava e dove aveva affittato lo spazio poco prima del delitto. Lì avrebbe occultato il cadavere, scavando una sorta di "tomba" e smembrandolo, tentando di scioglierlo in parte nell'acido. Un'operazione macabra portata avanti per molti giorni, forse, mentre conduceva una vita apparentemente normale, come hanno mostrato anche alcune immagini di Fanpage.it.
A fine Luglio Guarente, tradito dalle immagini di videosorveglianza che lo mostravano mentre trasportava il corpo di Vincenzo chiuso in un sacco, non ha potuto più negare e ha confessato in parte l'efferato omicidio. Nulla aveva detto, però, dell'occultamento del corpo. Nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Napoli Nord diretta da Francesco Greco, lo hanno trovato i Carabinieri di Aversa diretti dal Maggiore Antonio Forte e dal Tenente Flavio Annunziata,  grazie a una fitta attività investigativa.  Qualche settimana dopo l'arresto e la "mezza confessione" del killer, è stato preso anche il presunto complice: Francesco De Turris, 52 anni, di Ponticelli. L'uomo avrebbe fornito a Guarente l'arma utilizzata per il delitto, nella consapevolezza dell'utilizzo che doveva farne, cioè commettere l'omicidio. Guarente gli avrebbe detto: "Devo ammazzare uno, mi serve una pistola" e lui gli avrebbe procurato l'arma e addirittura avrebbero discusso sul calibro: "Non prenderti la calibro 22 – gli avrebbe consigliato il complice – Ma prenditi questa 7.65, è meglio per uccidere". Dopo l'omicidio, Guarente avrebbe poi restituito l'arma per disfarsene.

Le perizie: si scava nella vita di Guarente e di persone vicine a lui

Le indagini della Procura di Napoli Nord diretta dal procuratore Francesco Greco vanno avanti, nonostante il sostanziale silenzio di Guarente, che ha parlato poche volte davanti agli inquirenti. E' in corso una lunga e laboriosa perizia su vari supporti informatici, hard disk e altro appartenuti non solo a Guarente ma anche ad altre persone che hanno avuto contatti con lui, tra le quali De Turris. Ma non solo. Sull'identità delle altre persone alle quali sono stati sequestrati i supporti informatici c'è il massimo riserbo. Un'altra novità è la ricostruzione della Sim card di Vincenzo Ruggiero, del quale non è stato mai ritrovato il telefono. Il consulente Carmine Testa sta cercando di recuperare i dati.
Quello che gli inquirenti stanno cercando di ricostruire è la presenza di eventuali altri complici che, a vario titolo, possano aver aiutato l'omicida non solo nella fase precedente l'omicidio, ma anche nella fase dell'occultamento. E' circostanza singolare, infatti, che nessuno abbia sospettato nulla in una zona così popolosa e con modalità così cruente dell'occultamento. Anche su quel fronte prosegue l'inchiesta: si sta analizzando il materiale di risulta, frammisto a materiale organico, ritrovato nel garage degli orrori di Ponticelli. Quello che si cerca di ottenere, ai fini delle indagini, è la ricomposizione – almeno parziale – del corpo. Capire, cioè, se tra quel materiale ci sono la testa e l'avambraccio del ragazzo, che non sono mai stati ritrovati. Guarente asserisce che sia tutto nel box ma non ci sono ancora riscontri: è quello che l'antropologo forense Maurizio Cusimano sta cercando nelle oltre 40 buste raccolte, ognuna con circa 20 chili di materiale di risulta col quale il killer ha provato a occultare il cadavere smembrato e sciolto nell'acido. Per questo e altri motivi il funerale di Vincenzo sarà fissato non prima di Dicembre. Anche se non si hanno dubbi, dal punto di vista investigativo, che quello sia il corpo del ragazzo, si è anche in attesa dell'esito dell'esame del Dna, che dovrebbe arrivare a breve.

La pista dei complici

Un altro aspetto della vicenda, centrale, coinvolge la presenza di complici. Una pista che da subito il legale che assiste la famiglia di Vincenzo, Luca Cerchia, ha battuto insieme alla criminologa Alessandra Sansone: "Sono pezzi di un puzzle che vanno sistemati ma il quadro è vicino a una composizione più completa – afferma la criminologa – Anche sull'aspetto delle complicità, sulle quali non abbiamo mai avuto dubbi". Per quanto riguarda la perizia informatica, "la mole del materiale è enorme perché bisogna analizzare i file, che sono codici alfanumerici perché criptati, e tradurli e per questo ci sarà una proroga alle indagini, probabilmente – commenta l'avvocato Cerchia – Uno dei motivi della laboriosità del procedimento è che le persone coinvolte, tutte sempre connesse su internet, avevano la pessima abitudine di inviare frasi spezzettate su Whatsapp e altri servizi di messaggistica".

Il movente dell'omicidio di Vincenzo Ruggiero

Il movente individuato dagli inquirenti è una furia omicida nata dalla gelosia malata e dall'avversione morbosa che Guarente nutriva da tempo per Ruggiero, amico della fidanzata Heven: la ragazza aveva un forte legame affettivo con la vittima. Minoritarie altre ipotesi che coinvolgono la prostituzione, che sia la ragazza che il suo compagno avrebbero esercitato, stando ad alcuni siti internet. La figura e i consigli di Vincenzo avrebbero potuto essere per Heven la spinta a uscire fuori da una vita che la giovane avrebbe potuto non reggere più. Una situazione di insofferenza che avrebbe contribuito all'atteggiamento morboso del killer. Per il momento, però, questa ipotesi non trova riscontri.

Il ruolo di Heven Grimaldi

Un ruolo importante e un rilievo mediatico enorme ha avuto la figura di Heven, giovane compagna di Guarente, spesso guardata con sospetto da una parte dell'opinione pubblica, mai però posta sotto indagine dagli inquirenti, che al contrario l'hanno ascoltata più volte come testimone. Dal carcere, spesso il killer ha provato a chiedere di lei per incontrarla e lo stesso De Turris, il complice, ha confessato agli inquirenti che l'omicida aveva in progetto di uccidere la compagna, con la quale c'erano contrasti anche a causa dell'amicizia e del forte legame che la giovane sentiva per l'amico. Heven aveva una relazione con Ciro Guarente da oltre 6 anni: una storia, come ha spiegato anche alle nostre telecamere, tormentata dalla gelosia ma anche da atti di violenza e morbosità. Alcuni giorni dopo la scomparsa, Heven ha avuto il sospetto che Vincenzo non fosse andato via di sua spontanea volontà e dopo un po' si è fatta accompagnare dai Carabinieri per raccontare la sua verità e i suoi sospetti. Il 27 Luglio diceva: "Ritengo che Vincenzo possa aver subito una aggressione da qualcuno che lo stava attendendo [omissis] Questa è solo una mia supposizione". Poco dopo la deposizione della ragazza, Ciro Guarente era in galera.