Per una vita ha dovuto lottare per affermare il suo diritto a essere chiamato fotografo. Senza altri aggettivi. Cercando di liberarsi dell'etichetta di fotografo delle spose o dei matrimoni, che pur tuttavia amava e di cui era l'incontrastato campione nella città in cui il matrimonio è qualcosa in più di un semplice sacramento o rito civile. Oreste Pipolo – nato nella Napoli post Seconda guerra mondiale, il 30 giugno del 1949 – ci lasciava nella città che aveva imparato ad amarlo per quell'impareggiabile ruolo di "sciamano delle spose", come ebbe a definirlo in un'occasione il grande fotografo Ferdinando Scianna. Accadeva esattamente 5 anni fa. Era il 15 febbraio del 2015 quando l'esito di una malattia breve, ma fatale, strappò a Partenope un altro dei suoi figli geniali.

La festa come luogo principe del suo racconto, la passerella di quel teatro napoletano su cui la città non ha mai lesinato il mettere in mostra se stessa, attraverso gioie, dolori, emozioni che assumevano i colori sgargianti dei trucchi e dei vestiti di spose ed invitati, o quelli più cupi e argentei del post terremoto, ad esempio. Tutti raccontati attraverso lo sguardo del fotografo di razza, di strada e di laboratorio, racconto antropologico che coniugava istinto e conoscenza. Non è un caso che il suo ultimo progetto si chiamasse Napoli velata, dove l'occhio del reporter ritraeva le donne sotto quel velo bianco nel giorno delle nozze: “Il velo è da sempre un simbolo di protezione. Velare i personaggi al margine, le statue fuori del circuito turistico è da una parte un rito propiziatorio e dall’altro un atto di denuncia”.

Il mondo dello spettacolo e della cronaca si è interessato a lui, come gli adepti e futuri sposi che facevano la fila per ottenere un servizio fotografico del proprio matrimonio o del viaggio di nozze, in cui non era raro vedere il grande fotografo aggirarsi per località straniere ed esotiche insieme ai convolati. C'è sempre uno scatto in più e lontano da Napoli per raccontare Napoli e i napoletani: Oreste Pipolo lo sapeva. E lui fotografava. Fotografava tutto. Fotografava Napoli fotografando le sue spose.

Il mondo dello spettacolo, dicevamo. Il rotocalco televisivo Speciale Tv7 di Raiuno gli dedicò un servizio, curato da Emma D'Aquino. Nel 1998, invece, Matteo Garrone girò il documentario "Oreste Pipolo fotografo di matrimoni", documentario sulla sua vita da cui Marco Bellocchio ha tratto poi un film, "Il regista di matrimoni" con Sergio Castellitto. Attraverso le sue immagini, che univano moda e antropologia, giornalismo e arte, lo stile del reportage a quello della moda, Oreste Pipolo ha ritratto dagli anni Settanta in poi la città di Napoli, raccontandone le persone comuni, i personaggi famosi, le spose e gli sposi, le cose brutte e quelle meravigliose, lo sfarzo e la miseria. Ma soprattutto un tipo particolare di  miseria, quella che che provava a conciarsi alla meglio, nel giorno della festa, cercando di fare buon viso alla cattiva sorte che il nascere in questa parte del mondo troppo spesso ci ha riservato.