Foto Alessandro Pone/LaPresse
in foto: Foto Alessandro Pone/LaPresse

Le immagini dei festeggiamenti le abbiamo viste tutti. E il giorno dopo la vittoria in Coppa Italia del Napoli contro "l'odiata" Juventus assumono un sapore amaro. A mente fredda non fa piacere a nessuno guardarle, forse nemmeno a chi ha preso parte ai festeggiamenti. Dopo mesi trascorsi chiusi in casa, a stare attenti di ogni singolo gesto, a preoccuparci di disinfettare maniglie che forse magari soltanto noi avevamo toccato, le migliaia di persone in strada nel maxi assembramento successivo alla meritata vittoria degli azzurri destano preoccupazione e, in alcuni casi, vera e giustificata indignazione. Tuttavia è compito di chi racconta i fatti provare anche ad andare un po' oltre le immagini raccolte dagli smartphone nella folle notte napoletana e provare a interpretarli. E dirci, in tutta sincerità, che la posizione moralista di chi avrebbe voluto il distanziamento sociale tra i giovani scesi in strada a festeggiare, è inaccettabile.

Lo è perché i giovani napoletani, come i loro coetanei nel resto del Paese, hanno vissuto gli ultimi mesi in una reclusione forzata, privati di ogni libertà, possibilità di incontro, festa e condivisione collettiva. La vittoria di ieri, con l'anno scolastico ormai alle spalle, è stata la somma di tutti i momenti negati, di tutte le occasioni di condivisione collettiva perse. E lo è perché nella festa sguaiata e allo stesso tempo vitalissima di ieri sera si è consumato anche il rito liberatorio di chi spera (e speriamo non si sbagli) che questo terribile virus sia ormai alle spalle. È stata una sorta di carnevale post-Covid, la vittoria del Napoli era una scusa. Dopo i cannoneggiamenti con i lanciafiamme e le parole lanciate come pietre tra le paure dei napoletani, era il minimo che potesse accadere.

Chi oggi giudica così tanto ferocemente i ragazzi napoletani, dovrebbe riservare un po' della stessa acrimonia nel valutare le molto spesso tragiche condizioni abitative e sociali in cui i "guaglioni" che ieri si son tuffati nella fontana del Carciofo sono costretti abitualmente a vivere. Sia chiaro: a nessuno piacciono le vandalizzazioni, gli insulti e le violenze (inaccettabile che qualcuno abbia approfittato della festa per mettere a segno rapine o scippi), ma ancor di più trovo intollerabile i "professori" che dai salotti televisivi sparano sentenze e ci raccontano le loro personali pedagogie su come dovremmo vivere, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Perché invece non se la prendono con chi ha compresso a tal punto la libertà delle persone, tra caccia al runner e multa al vecchietto con la mascherina sotto al naso? Hanno mai provato costoro a passare un solo giorno d'estate in una casa tra i vicoli del centro storico di Napoli? Perché prima autorizziamo il carnevale (far ripartire il calcio) e poi critichiamo chi festeggia e come lo fa?

O la loro prospettiva fatata sulla città, anche durante il severo lockdown, sempre ariosa e luminosa, sempre così inequivocabilmente collinare, li ha ormai del tutto privati della possibilità di guardare alla realtà della nostra città che pure giudicano con così tanta solerzia? Smettetela di giudicare i ragazzi napoletani per il loro carnevale di ieri notte. O quantomeno, prima di farlo, andate a vedere le case dove sono stati rinchiusi in questi mesi, le scuole-carcere dove in tempi normali li teniamo reclusi, i parchi pubblici, le spiagge libere, tutto lo spazio che non hanno a disposizione e il mondo solo a pagamento che gli avete costruito attorno. Perché non giudicate mai gli adulti che hanno costruito tutto ciò?

Napoli e i napoletani, soprattutto i più giovani, hanno vissuto mesi terribili. Speriamo dopo la notte di ieri non debbano tornare.