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Al San Giovanni Bosco il controllo era totale: non si muove foglia che il clan Contini non voglia. Il presidio ospedaliero era una sorta di base logistica, dove far incontrare i vertici, e una macchina da soldi, da cui ricavare i certificati falsi per le truffe assicurative. Ma i tentacoli dell'Alleanza di Secondigliano, in particolare la fazione del clan Contini, non si fermavano a questo. E non poteva essere altrimenti: una holding criminale non diventa tale senza una rete di fiancheggiatori costituita da colletti bianchi, inseriti a vari livelli nella società e nelle amministrazioni.

Grazie a questa rete di contatti il clan Contini riusciva anche ad anticipare e prevenire le mosse delle forze dell'ordine. Tra gli informatori figura anche una dipendente dell'Ufficio Gip del Tribunale di Napoli, Concetta Panico (finita agli arresti domiciliari), imparentata con Antonio Pengue (presunto affiliato, arrestato e rinchiuso in carcere). Secondo quanto ricostruito dai magistrati Pengue, attraverso la Panico, nel 2014 aveva saputo in anticipo dell'emissione di una ordinanza di custodia cautelare per 90 presunti esponenti dei Contini, inchiesta direttamente collegata a quella che ha portato alle misure eseguite oggi, 26 giugno.

Tra i destinatari delle misure c'è anche un importante avvocato napoletano, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa; la Procura aveva chiesto l'emissione di una misura cautelare nei suoi confronti, istanza però rigettata dal gip di Napoli Roberto D'Auria. Secondo i magistrati il penalista, i cui uffici sono stati perquisiti stamattina, avrebbe fatto da tramite tra il boss Eduardo Contini, detenuto al 41 bis, e alcuni affiliati di alto rango.