Il murale di Eleonora Pimentel Fonseca contestato.
in foto: Il murale di Eleonora Pimentel Fonseca contestato.

"L'opera di street art ha ignorato la qualità del supporto, trattato come una tela qualsiasi quando invece è la facciata di un capolavoro dell’architettura contemporanea riconosciuto dal ministero per i Beni culturali. C’è qui tutta la superficialità nel non aver riconosciuto la qualità artistica dell’edificio e l’incapacità comunicativa dell’amministrazione comunale all’interno dei suoi stessi uffici". Va giù duro sul murale dell’ex mercatino di Sant’Anna di Palazzo, Renato Capozzi, professore associato di Composizione architettonica e urbana presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II, tra i promotori della riqualificazione della struttura ai Quartieri Spagnoli. Al centro della contestazione il dipinto dell’italo-spagnola Leticia Mandragora, raffigurante Eleonora Pimentel Fonseca, eroina della rivoluzione napoletana del 1799, che dal mese scorso occupa un’intera parete del complesso, sul lato di via Sergente Maggiore.

La denuncia corale: "Va cancellato"

Lo stabile, oggi di proprietà comunale, inserito tra le “opere eccellenti” nel censimento delle architetture italiane del secondo Novecento promosso dal ministero per i Beni culturali, dopo anni di inutilizzo è divenuto oggetto di un bando di recupero, pubblicato dall’assessorato al Patrimonio e ai Giovani il 24 dicembre scorso e con scadenza il prossimo 6 marzo. Una doppia vocazione – centro giovanile  e luogo di valorizzazione del made in Naples – e un soggetto unico con il quale verrà stipulato un contratto di “concessione a titolo oneroso per anni 12 dell’unità adibita a uso non residenziale” e a cui spetteranno la ristrutturazione, l’arredo e la manutenzione. «Eppure negli stessi giorni l’assessorato alla Creatività urbana, senza averne titolo, autorizza l’offensivo dipinto e lo completa nelle settimane successive alle proteste di qualificati esponenti della cultura architettonica» rimarcano Alessandro Castagnaro e Ugo Carughi, presidenti nazionali rispettivamente di ANIAI (Associazione Nazionale Italiana Architetti e Ingegneri) e di DO.CO.MO.MO (Documentazione e Conservazione Movimento Moderno), insieme al referente campano di IN/ARCH (Istituto Nazionale di Architettura) Carlo De Luca. Che sottolineano: «Non critichiamo né il dipinto in sé né i significati che vuole esprimere. Denunciamo invece, con indignazione, la totale inopportunità di esprimerli su un documento molto importante dell’architettura italiana». Si dichiarano sconcertati per «la disorganizzazione della macchina comunale». Un dissenso corale per chiedere «la cancellazione del dipinto dalla parete del mercatino, in attesa della programmata riqualificazione dell’edificio».

Il progetto originario dell'edificio

L'avvio del progetto a Sant’Anna di Palazzo, ideato da Salvatore Bisogni, Anna Buonaiuto e Luciano Nunziante, risale ai primi anni Ottanta e risponde all’istanza dell’ex circoscrizione San Ferdinando riguardante l’ubicazione da dare agli ambulanti del luogo. La sua realizzazione fu completata nel 2001. «Non si tratta di una parete fatiscente o muta di periferia, su cui un murale può avere un effetto benefico perché va a migliorare una cosa che di per sé non ha valore – denuncia Capozzi, membro del gruppo di lavoro per la cosiddetta terza missione dell’ateneo federiciano, quella cioè imprenditoriale e sociale che l’università, dopo formazione e ricerca, persegue all’insegna di una cooperazione con le altre istituzioni e con i territori in un’ottica di confronto e sviluppo (gruppo costituito altresì dal coordinatore Mario Losasso, dalla co-progettista dell’opera Anna Buonaiuto e da Paola Ascione referente del DO.CO.MO.MO.) -, ma ci troviamo di fronte ad una facciata di grande rilievo artistico oggi sfregiata e snaturata. Al di là di un giudizio sulla qualità raffigurativa dell’intervento pittorico, il murale va rimosso perché indebitamente sovrapposto». L’edificio dei Quartieri Spagnoli, incastrato tra vico Tiratoio, vico Maddalenella degli Spagnoli e via Sergente Maggiore, è composto da due distinti corpi di fabbrica, ovvero il mercatino e il centro sociale, ma direttamente collegati tramite ingressi comuni e ballatoi di passaggio. Il mercatino si sviluppa su tre livelli: il primo a ballatoio era destinato ai banchi espositivi, il secondo, seminterrato, alle botteghe accessibili e il terzo, interrato, sarebbe servito per depositi, con la presenza di scale e montacarichi. Il centro sociale, invece, è suddiviso in quattro piani per accogliere botteghe, uffici comunali ed una sala riunioni della comunità metodista.

Biografia di un'odissea

"La storia è lunga, parte tutto dall'inagibilità, dopo il sisma del 1980, di una chiesa valdese che viene abbattuta e il cui suolo viene donato al Comune di Napoli con l’accordo di riservare nel futuro immobile una sala per le riunioni religiose" spiega Capozzi, allievo diretto di Salvatore Bisogni, il progettista ricordato dallo storico Frampton come “uno dei pochi professionisti italiani ad aver compiuto lo sforzo di associare i precetti del neorazionalismo ad un impegno quotidiano di pratica architettonica”. «Il Comune decide di fare lì un mercatino per sistemare gli ambulanti e un annesso centro sociale – continua il docente -. Iniziano i lavori, ma i cantieri subiscono una serie di fermi per mancanza di finanziamenti. Dopo una quindicina di anni l’opera finalmente viene completata secondo il progetto originale. Purtroppo la parte destinata agli ambulanti, tra le perplessità dei commercianti del posto che si lamentano della concorrenza, si avvia ma fallisce in breve tempo perché lo spazio è troppo piccolo, mentre la parte concepita per il centro sociale non si attiverà mai. Questo sancisce la condanna ad un progressivo degrado e alla vandalizzazione, nonostante il progetto avesse conquistato la prestigiosa copertina della rivista Casabella nel 1982 e i disegni originali fossero stati acquisiti dal Centre Pompidou di Parigi». Peserà sull’intero rione il fallimento funzionale dello spazio immaginato come un’ampia loggia urbana aperta sui Quartieri Spagnoli, una sorta di agorà che doveva mutuare il senso dalla vecchia piazza e ristrutturare il cuore vivo di comunità.

«Fallimento – specifica Capozzi – per questioni di tempo poiché il progetto fu realizzato troppo tardi rispetto alle mutate condizioni commerciali, di gestione perché affidato solo parzialmente, di mancata protezione da furti e saccheggi. L’abbandono finisce un paio di anni fa quando l’amministrazione comunale derubrica la funzione di mercato rionale. Il cambio di destinazione d’uso ad edificio collettivo consente in termini urbanistici una riqualificazione del complesso. Grazie all’assessore ai Giovani con delega al Patrimonio Alessandra Clemente lo scorso anno parte il cronoprogramma di bonifiche e vengono messe in campo iniziative propedeutiche al nuovo destino del manufatto, tra cui assemblee pubbliche finalizzate alla raccolta di idee su come trasformare quest’area in rovina. Come dipartimento di architettura siamo stati interpellati in tale rinnovata prospettiva di riutilizzo, fino ad arrivare al recente bando legato alla doppia articolazione del made in Naples per il mercatino e del centro sociale». E poi? «Dopo colloqui, discussioni e incontri nell’ambito di una proficua interlocuzione tra università e Comune – conclude Capozzi -, veniamo a sapere del murale. Un fulmine a ciel sereno. Non comprendiamo come, nel percorso di un’azione condivisa e di valorizzazione, riconoscendo l’unicità dell’edificio, poi ci si dimentichi di tutto e si copra la storia con la pittura».

Cosa succederà al murale

È scritto nero su bianco in uno degli allegati al bando, sotto la voce “qualità degli interventi”: “Si ritiene che ogni possibile ipotesi di rifunzionalizzazione e riqualificazione del complesso debba riconoscere l’unicità del manufatto pur nel differente ordine formale dei due corpi di cui esso si compone, orientandosi alla salvaguardia dei suoi unitari e distintivi caratteri e temi architettonici secondo approcci e procedure rispettose della qualità architettonica dell’opera. Gli eventuali adeguamenti normativi per l’accessibilità, l’impiantistica, gli impatti ambientali, la distribuzione, la funzionalità, nonché le azioni per il recupero delle facciate e per il ripristino delle finiture originarie sia interne che esterne, dovranno essere previste nel rispetto del progetto originario”. Adesso il corto circuito comunicativo, interno alla macchina comunale, ha generato conseguenze drastiche nelle intenzioni degli architetti impegnati nel restyling dell’ex mercatino.

"Siamo stati chiamati dall’assessorato al Patrimonio – racconta il delegato del rettore per la terza missione della Federico II Mario Losasso, professore di Tecnologia dell’architettura – allo scopo di definire alcune linee guide da inserire nel bando per la valorizzazione del complesso di vico Tiratoio attraverso attività culturali, artigianali e come centro di quartiere. Dopo decenni di immobilismo era un modo per incanalare un’importante ricaduta sociale ed economica sui Quartieri Spagnoli, al di là della funzione di intrattenimento ed aggregazione. Il murale è uno spiacevole incidente di percorso. È stato commesso l’errore di realizzare un bellissimo ritratto, che a me personalmente piace molto, ma su un edificio di alto valore architettonico. Non si mette in discussione il dipinto in sé, bensì dove è stato eseguito". Allora è da cancellare? "Attuato il processo di valorizzazione – risponde Losasso – bisognerà tener conto della tutela dello stabile come è scritto chiaramente nelle premesse del bando compartecipato. E il concetto di tutela attiene inevitabilmente al mantenimento dei tratti distintivi, delle caratteristiche architettoniche originali di un monumento. Un esempio: sull’edificio della Posta centrale, che è uno dei gioielli del Razionalismo napoletano, mica ci possiamo pitturare sopra? Se l’assessorato alla Creatività urbana avesse interloquito con quello al Patrimonio sicuramente sarebbe venuta fuori una situazione più vantaggiosa per tutti e migliore dal punto di vista conservativo per un’opera di qualità indiscutibile, come è l’ex mercatino di Sant’Anna di Palazzo".

La replica dell’assessorato alla Creatività urbana

"L’iter autorizzativo dell’intervento è da iscriversi nell’ambito del progetto #Assafà, iniziato nell’autunno 2018 e promosso dall’allora assessorato al Welfare. Una vera kermesse di street art che si è sviluppata nel corso di un anno nelle varie municipalità, attraverso la collaborazione con le educative territoriali". Così risponde l’ufficio dell’assessorato con delega alla Creatività urbana, tirato in ballo nella querelle. E precisa che: "Tutti gli interventi e le relative istruttorie sono stati seguiti, nello scorso anno, dal servizio di riferimento e dal tavolo interassessorile per la Creatività urbana, di cui è parte attiva anche l’assessorato al Patrimonio". Viene anche precisato che nella “domanda di realizzazione di interventi di creatività urbana su superfici ricadenti nel Comune di Napoli” è chiaramente scritto che il richiedente dichiara di “accettare  di  sospendere  l’esecuzione  dell’opera  e/o  di  cancellarla  anche  parzialmente qualora la stessa risulti in contrasto con quanto stabilito dal Disciplinare”. "Ciò che preme sottolineare – fanno sapere dallo staff dell’assessore Luigi Felaco – è l’assoluta estraneità dell’assessorato alla Creatività Urbana nelle suddette fasi, essendo lo stesso di recente nomina, ovvero 12 novembre 2019″.